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Giustizia: un caso irrisolto

La riforma di un sistema dipende dalla presenza di idee chiare su ciò che si vuole, su come lo si vuole ottenere e, soprattutto, su chi deve realizzare l’architettura politica e giuridica attraverso la quale definire i nuovi termini di un progetto, sia esso di programma che di diritto. La questione giustizia o, per certi versi, la deriva della giustizia non ne è esclusa e le vicende di queste ultime settimane ne sono una chiara dimostrazione. Tra una dialettica imperitura di accuse e di facili difese si sommano le incoerenze di un sistema che soffre di una mancata demarcazione dei ruoli. Una definizione delle competenze e delle responsabilità che non sempre sarebbe limitante di un’autonomia che se garantisce libertà di azione tuttavia abbandona il magistrato ad una sorta di marea politica di accuse che tutti noi osserviamo con non poca sorpresa.

Inserimenti di una politica che cerca di dimostrare estraneità preliminari, prim’ancora di un termine delle attività di indagine, che prova ad aggirare ostacoli e confronti sui quali forse sarebbe opportuno approfondire, a farsi scudo con dichiarazioni e sperare in ispezioni che si dimostrano spesso strumenti di approfondimento dell’esecutivo, non significativi, spesso, nel mutare gli aspetti personali di alcune magistrature che si sono radicate nelle realtà locali. Magistrature che non soffrono il confronto con il cambiamento diventando espressioni di realtà ben determinate. Realtà locali caratterizzate da modelli amministrativi che si articolano in zone grigie di contatto e di sovrapposizione all’interno delle quali tutto può essere calmierato.

Di fronte ad una simile realtà, non solo calabrese è vero, ma purtroppo significativamente meridionale per cultura e aspetti peculiari di interpretazione dell’azione dei poteri pubblici, qualunque giovane capace e volenteroso magistrato può farne le spese. Può, cioè, trovarsi certo libero di agire in un sistema di autonomia e inamovibilità garantito al proprio ordine, ma che, quasi per legge del peccato originale, ha permesso altrettanta libertà, autonomia e inamovibilità a chi ne auspica oggi l’allontanamento. La verità, come sempre, è nella sostanza delle cose. Inamovibilità e radicamento di espressioni di potere, soprattutto se poi legate da vincoli di origine, di prossimità familiari o di interesse, non sono garanzia di obiettività e non possono giustificare l’autonomia dei magistrati e garantirne l’inamovibilità sine die. D’altra parte, se potere e politica sono espressioni della stessa faccia di una medaglia, che ha nel proprio regolo l’amministrazione pubblica vista nel limitato dominio dei pochi, certamente indirizzare scelte e determinare le migliori soluzioni, per affrancarsi da un sistema di difesa trasversale che coinvolge ogni settore della vita politica e istituzionale, non può garantire certo efficienze di gestione.

Forse è proprio su queste dinamiche che ci si dovrebbe soffermare e riflettere, volendo risolvere un caso estremamente complesso che coinvolge un potere delicatissimo e fondamentale per garantire certezza del diritto e equilibrio di giudizio. Un potere, quello giudiziario, che dovrebbe garantire pari perseguibilità senza lasciare dubbi su formule giuridiche di tutela, di garanzia sempre meno comprese dal cittadino. O, meglio, forse comprese così bene al punto tale che la sfiducia diffusa ne è, soprattutto al Sud, dimostrazione concreta di un sistema e di una realtà giudiziaria che ripiega su se stessa anche le proprie difficoltà. Un’impasse che impedisce, a sua volta, al di là della realtà criminale, sviluppo, chiarezza, giustizia sociale, onestà politica, credibilità dello Stato e dei suoi rappresentanti.


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