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L’ALTRA LEGALITA’. Il Caso Calabria

Statua della GiustizaC’è un passo del vangelo di Luca (11,5-13) che recita in questo modo:[…] Quale padre tra di voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà un serpente al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono […]. Un passaggio non trascurabile, non così scontato nel suo significato.

Al contrario, molto indicato per affermare che la funzione della giustizia non è solo espressa dalla punizione, ma dai risultati che dall’esercizio di questo potere si intendono ottenere. C’è in questo brano di Luca una prospettiva non solo del ruolo che la giustizia assume nella crescita di una comunità, ma dell’essere strumento di affermazione della dignità umana che - nel rispetto delle migliori filosofie illuministiche che porteranno Beccaria a porre le basi del significato e del ruolo delle pene – si realizza nel suo corretto esercizio. Nell’essere al di sopra dei destinatari e di chi la esercita dovendo, quest’ultimo, amministrare la pretesa punitiva in nome e per conto di una entità superiore che non ha un nome e cognome: in questo caso lo Stato.

Nell’essere uno strumento che persegue i fini dell’ordine delle regole attraverso la repressione delle violazioni ma garantendo, e non comprimendo, diritti e garanzie. Giustizia e legalità, in un modello di Stato democratico sono, quindi, due aspetti assolutamente complementari. Essi agiscono e determinano, regolano e difendono le condizioni della vita civile di una comunità dovunque, anche in Calabria. Se così non fosse il passaggio successivo sarebbe quello da uno Stato di diritto ad uno di polizia che, di democratico, presenterebbe ben pochi caratteri. Giustizia e legalità, e il loro modo di presentarsi l’una e di realizzarsi l’altra, individuano il livello di crescita,  e non il limite, di una comunità e dimostrano la credibilità di chi la amministra, esercitando il potere giurisdizionale o indirizzandone le attività di contrasto alle diverse forme di criminalità nell’esclusivo interesse dei cittadini.

Questo perché nessuna lotta alla criminalità potrebbe avere successo senza l’affermarsi di un senso comune del giusto che emargini anche ogni tentazione di eccesso o di violazione di diritti e garanzie. Credibilità e impersonalità dell’azione penale e investigativa diventano, quindi, i presupposti sui quali costruire un sentimento di giustizia e di legalità condiviso che non può essere piegato a nessuna personale interpretazione della legge sostanziale o processuale.  A nessuna prefigurazione di risultati pre-dibattimentali utili a soddisfare una vetrina mediatica. Nella sostanza e nelle procedure, giustizia e legalità sono espresse e difese nell’interesse dei cittadini. Ogni azione che riconduca comunità intere all’interno di un tunnel senza uscita di criminalità diffusa non fa altro che ottenere due risultati aberranti. Il primo, aumentare la distanza tra senso del giusto e la credibilità dello Stato sommando, in questo distacco, devianza su devianza. Il secondo, rendere sempre più indistinto il confine tra lecito ed illecito, tra bene e male. Giustizia e legalità, allora, non possono che essere strumento e risultato della tutela delle garanzie e del rispetto del valore delle norme.

Esse richiedono di andare oltre ogni idea preconcetta e non ammettono interpretazioni personalistiche o unilaterali. Questo dal momento che  la superiorità della legge prescinde da ogni identificazione con chi la esercita. Dopo le ultime maxi-sentenze di assoluzione seguite ai maxi-arresti di qualche anno fa, per dare credibilità alla giustizia diventa urgente dotarsi di un’altra prospettiva di legalità. Una prospettiva che vada oltre i luoghi comuni che tutto è crimine e nulla è crimine. Oltre una cultura dominante che tende ad una criminalizzazione indiscriminata che allargando la rete del pre-giudizio relega alcune comunità della Calabria, e con essi l’intera regione, ai margini di una minima dignità civile. Una dignità che non può essere denigrata in nome di una presunta e personale opinione che si possa avere della legalità e di come la si dovrebbe affermare.

Una dignità che deve essere frutto di una giusta applicazione delle norme, ma nel rispetto dei limiti procedurali. Una dignità che non può essere negata a nessun cittadino in uno Stato che sceglie di essere Stato di diritto, anche in Calabria. Perché in uno Stato di diritto il … diritto è di per sé indisponibile una volta definite le norme e le procedure e, entrambe, non possono lasciare spazio a interpretazioni diverse da quelle poste dalla volontà del legislatore e fissate nei principi dalla Costituzione. Giustizia e legalità richiedono, allora, un sentimento nuovo, libero e democratico che le riconduca all’interno di un disegno di crescita civile e le affranchi da un annichilimento di popolazioni calabresi vittime due volte: della criminalità da un lato e da un senso di giustizialismo che le coinvolge e le pre-condanna sommariamente per assolverle subito dopo senza scuse.

Rendere marginali le garanzie, quanto un possibile uso al di fuori dei limiti previsti dalla legge di funzioni  e poteri, è sinonimo di debolezza dell’azione condotta. E’ ostacolo a qualunque possibilità di crescita delle comunità. E’ sinonimo di minor credibilità nel tempo proprio di quel valore fondamentale, patrimonio di tutti, al quale si affida il futuro di una comunità e che senza le garanzie e il rispetto delle regole civili viene violato al pari di ogni altra manifestazione censurabile: la legalità.


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