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Disagio sociale e integrazione

Immigrazione, politiche sociali orientate alla mediazione culturale, superamento delle barriere etnico-razziali, difesa delle identità e rispetto di valori condivisi rappresentano le variabili sulle quali si gioca la sostenibilità delle società multirazziali e multiculturali contemporanee. Tuttavia, le risacche dell’integrazione mancata rischiano non solo di offrire falsi modelli di partecipazione ma anche false prospettive alle giovani generazioni. Troppo spesso per integrazione si è intesa solo la dimensione psicodinamica del disagio. Oggi, però, forse dovremmo chiederci se il concetto di integrazione possa assumere significati più ampi, consapevoli che non esiste solo una dimensione dell’integrazione, così come non vi è un unico orizzonte dell’emarginazione.

Così c’è un’integrazione scolastica, un’integrazione culturale e un’integrazione sociale e lavorativa. Il risultato di una mancata partecipazione attiva nei vari momenti della vita quotidiana dell’individuo è la dispersione scolastica, culturale, sociale mentre nel mondo del lavoro si chiama disoccupazione. L’effetto, per tutte le prospettive, è l’emarginazione. Confrontandoci solo sull’emergenza di tali realtà ci siamo dimenticati in questi anni che spesso i fenomeni di devianza, di marginalità, di disagio, appartengono ad un nostro quotidiano e ne caratterizzano i modelli culturali. Tra un’emergenza rifiuti, un bullismo rieditato dai media che dimostra debolezze interiori della vittima e del carnefice dovute ad un modo di reagire ad un’incapacità di gestire la propria vita affrontando la quotidianità e reagendo alle difficoltà con intelligenza e decisione, ci troviamo di fronte ad una sorta di modello interpretativo fondato su un approccio crisscrossing per il quale percezione-interazione-integrazione rappresentano i fattori sui quali si può valutare, nello stesso tempo, sia la formazione del disagio che le possibilità d’integrazione.

Tuttavia mancata integrazione, disagio prodotto in società sempre più permeabili, così come la disoccupazione, la privazione di identità e la diluizione culturale che ne segue, possono concretizzarsi in un clima di conflittualità sociale diffusa per la quale una semplice politica dell’emergenza non è sufficiente per risolvere complessivamente il quadro di crisi. Essa si limita, infatti, ad affrontare e regolare solo manifestazioni parziali del fenomeno nel tempo senza offrire una ragione di disciplina organica e stabile. Il pericolo, reale, è dato dall’assenza di un modello immediato d’integrazione e di regole e si tende ad ovviare con una decretazione d’urgenza che ponga termine a discrasie nella gestione dell’immigrazione come dell’offerta di sicurezza. Ma il rischio di perpetuare momenti di instabilità sociale è anche il frutto di politiche a tratti rappresentate proprio dal carattere settoriale degli interventi e da una disomogeneità delle azioni condotte che non sono coordinabili tra di loro, in termini sociali, economici e di servizi a favore dei più deboli, poiché manca uno schema di comprensione complessivo all’interno del quale risolvere il disagio delle nostre città. E non solo.

Di fronte ad una crisi evidente di un modello rappresentativo che muta i rapporti della democrazia spostandoli verso l’alto, e ad un’incerta percezione del futuro dovuta ad un’assenza di proposte di crescita a favore delle giovani generazioni, ciò che si osserva oggi è un disorientamento politico-ideologico che confluisce nei gruppi alternativi se non proprio antagonisti. Da tutto questo si consolida la percezione di vivere in un disincanto trasversale che colpisce soprattutto i giovani, trasformandoli in facili prede di ideali propri e limitati che maturano grazie ad un processo di disgregazione dei valori, di emarginazione dalla comunità reale, da relazioni insufficienti con le istituzioni, scuola e famiglia comprese, e quello che rappresentano ma, soprattutto, dalla disoccupazione intellettuale.

Motivi, questi, che favoriscono il maturare di forme devianti di reazione. È evidente, e non è un luogo comune, che tocca a chi si assume la responsabilità di governare gli animi, oltre che le economie, dare significato al futuro e affrancare i giovani da un senso di provvisorietà che non assicura crescita e valore al nostro domani. Sul ruolo del diritto, poi, è importante essere consapevoli che legalità e rispetto delle regole non sono da intendersi come imperio della legge. Ciò ci porterebbe a dire che esiste una legalità democratica ed una possibile legalità totalitaria. In realtà l’accezione democratica è rappresentata dal consenso e della consapevolezza della necessità di una regola. Tolleranza e solidarietà sono valori ai quali il diritto si ispira allo stesso livello della difesa delle regole quali difesa di una cultura di ragioni e valori comuni sui quali si costruisce l’architettura complessiva di una società politica e giuridica.

Il disagio giovanile, la devianza quale aspetto antigiuridico di un comportamento assunto al di fuori delle norme, sia essa autoctona che proveniente dal mancato assorbimento dell’immigrazione, nasce e matura anche di fronte ad un’interpretazione abnorme della funzione del diritto allorquando ci si dimentica che la sanzione è uno strumento fondamentale per riequilibrare il rapporto tra libertà e diritto laddove quest’ultimo, il diritto, si presenta come uno strumento per controllare il comportamento umano e per regolare la vita collettiva. In questo, allora, dovendo parlare di rispetto delle norme e dei valori che ne sono oggetto di tutela, il diritto non è forza ma è un sistema di norme sull’esercizio di una forza organizzata e legalizzata da una cultura politica della legalità rappresentata dalla convergenza su valori condivisi da parte degli individui. Se la legalità è una questione di cultura è evidente che maggiore sarà il consenso della comunità verso le regole maggiori saranno le possibilità di crescita. Se questo è vero allora dovremmo considerare, da un lato, che la legalità sia un valore di convivenza che sopporta la sfida del multiculturalismo, dal momento che un vero multiculturalismo si afferma nel rispetto dei valori di ogni cultura, soprattutto quella del Paese ospite. Dall’altro, che il consenso è lo strumento per giungere ad una “certezza” di legalità attraverso il riconoscimento della norma perché ne è interiorizzato, compreso e condiviso il precetto come valore.

Ci si trova di fronte, così, a due prospettive attraverso le quali si può risolvere il problema del disagio sociale, e all’interno di questo quello giovanile e dell’emarginazione degli immigrati. Il primo nell’assorbire la devianza in un quadro di partecipazione e di certezza della difesa di un diritto. Il secondo nella certezza di esecuzione di una sanzione in caso di violazione di una norma ristabilendo l’equilibrio tra diritti e doveri a cui ogni cittadino, ogni immigrato che sceglie l’Italia quale nazione ospite deve tendere. Quell’equilibrio che contraddistingue un ordinamento giuridico democratico e una politica matura, perché si affermano sulla tutela del principio di legalità attraverso il quale si difendono e garantiscono i valori di una comunità nazionale.


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