Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Dai ragazzi di ieri un messaggio a quelli di oggi

Si è sempre giovani, nell’animo e nei sentimenti, e ciò che non muta è il dinamismo e la volontà dei giovani di voler essere protagonisti del proprio futuro. Ciò che dovrebbe essere impedito è che questa volontà di protagonismo non venga offerta a chi si presenta dominus interessato delle coscienze e dei sentimenti dei nostri ragazzi. Le occasioni si ripetono ma non sempre come sinonimo di novità. Molto spesso esse sono solo opportunità per alcuni che sulla buona fede dei giovani costruiscono attraverso i loro movimenti successi personali offrendo idee, sentimenti e cuore a chi ne fa politica o li rende al servizio di una politica che mira a difendere se stessa manipolando, attraverso lusinghe di vario tipo, la sincerità che è tipica delle giovani generazioni.

Quasi due anni fa, forse per esperienza maturata tra i banchi di un liceo calabrese che aveva vissuto altrettanti drammi per la sanguinosa faida che dominava nelle cronache di allora, giunsi ad alcune conclusioni che credevo comprensibili, quasi evidenti nel buon senso di chi analizza i fatti e tenta di dare il giusto risalto ai proclami nati sull’onda di sentimenti, troppo brevemente spontanei e molto più concretamente guidati. Come scrissi nel dicembre del 2006, le giovani generazioni si presentano spesso come “[…] delle energie potenziali che cercano una collocazione in un mondo di adulti che non è compreso […]”.

Affermare questo significava per me, in un confronto aperto, mettere in discussione un ordine consolidato e voluto dalle classi dominanti e dagli “adulti” che contano contro ogni possibilità di affermazione di una necessità riformatrice. Con questa idea scrissi che “[…] il conservatorismo delle idee e delle élites politiche non era da considerarsi un fenomeno di destra né il nemico rappresentato della sinistra. Era la difesa dell’immutevolezza dell’essere. Una comoda difesa di una rendita di potere e di posizione che non doveva essere messa in discussione, neanche di fronte all’incapacità di rispondere a sentimenti diffusi di trasparenza, lealtà, onestà, giustizia, servizio […]”.

E, ancora oggi, le riflessioni a posteriori sull’esperienza del movimento di Locri non sono molto distanti dal passato di qualche decennio fa. Anche per noi, che non avevamo telecamere che ci dessero una giusta se non dovuta vetrina, ciò che caratterizzava i nostri pensieri era la necessità che la discussione nei consigli d’istituto e nelle assemblee rimanesse aperta all’interno di quelle possibilità di confronto che ci erano garantite. Momenti che legavano il destino di ognuno di noi e dei nostri insegnanti alla volontà di continuare nel nostro quotidiano, cercando di contribuire a far affermare una forse troppo semplice e disinteressata cultura della legalità.

Guardando a quanto accaduto in questi ultimissimi anni, credo che ci siano poche differenze tra i ragazzi di un liceo di ieri e quelli di oggi. Salvo scoprire, per i primi, ovvero per noi, una terra in cui violenza, politica e povertà sono aspetti che ci appartengono ancora; momenti che segnano il nostro vissuto e non solo quello delle vittime, illustri o meno illustri che siano, accomunate queste ultime dall’essere solo il triste epilogo di una violenza ingiustificabile, di una politica ambigua. Tuttavia, nonostante ciò, oggi resta ferma una differenza sostanziale tra il movimento di Locri e i giovani di ieri.

Una differenza importante che ne ha limitato il successo mediatico e la possibilità di sfruttarne le opportunità, impedendo loro di costruire un’alternativa di pensiero indipendente, politicamente costruttiva per poter raggiungere un traguardo di crescita nella legalità: il rischio prima e la realtà poi di diventare strumento di una generazione politica “adulta”. Una generazione di politici adulti sempre più ipertrofica ma capace di normalizzare e dominare ancora una volta, con lusinghe di vario genere, pericolose alternative di pensiero. Gli avvenimenti di questi mesi dimostrano quanto sia alto il rischio di essere ostaggio di una generazione di “adulti” che non vuole alcun cambiamento e che riduce le trasformazioni degli animi e dei sentimenti a strumenti utili per favorire il prevalere, il successo del singolo piuttosto che la maturità politica di un movimento. Tutto questo era nell’aria, ed è ciò che accade se una generazione di “adulti”, preoccupata di far sopravvivere se stessa come classe politica indiscussa e indiscutibile, tenta di proporsi a tutor di un movimento.

A mecenate possibile che vuole presentare se stesso come nuovo e imporre attraverso di sé quella legittimazione e giustificazione di sentimenti da ricondurre all’interno di un disegno conservatore. Un progetto di mantenimento di un modello di politica apparentemente votata al cambiamento ma, molto più reconditamente, preoccupata di garantire l’immobilismo quale unica garanzia per perpetuare trasversali poteri di famiglia in senso lato e di partito. Il risultato di tutto questo è che in questo gioco sottile alla normalizzazione di un movimento che si anemizza man mano alla ‘ndrangheta poco importa.

Come poco è importato anche l’eventuale effetto promozionale di qualunque scelta di visibilità operata dal movimento sino ad oggi, qualsiasi fosse la forma mediatica prescelta. In questo teatro delle buone intenzioni e dell’egoismo del successo personale, è la debolezza degli argomenti presentati da chi manifesta e da chi governa il gioco politico che fa si che la criminalità esca poco preoccupata dei limiti che l’imporre una legalità vera potrebbe presentare. La paura dell’impegno, la mancata accettazione del rischio sono fattori presenti che non si esauriscono dietro le intenzioni dichiarate ma che, anzi, si consumano nelle intime vanità individuali. Un terreno fertile che non solo impedisce il cambiamento ma sul quale la ‘ndrangheta si muove e si consolida senza timori.

Oggi, di fronte a simili considerazioni, ci si trova costretti nuovamente a sottolineare, e a riscrivere, come il rischio faccia parte del cambiamento e come ognuno di noi, se accetta un impegno nella società, deve assumersi i rischi che ne derivano, in piena libertà e consapevolezza, senza attribuirli a terzi o sperare che gli altri possano farvi fronte al nostro posto e senza aspettarsi o accettare riconoscimenti di alcun tipo. Ciò vale per magistrati, carabinieri, poliziotti, medici, e anche per chi ha scelto liberamente l’impegno politico, giovani e studenti soprattutto, se è vero che la forza di una democrazia, l’impegno o la lotta civile, è riposta nella credibilità di una classe dirigente, della futura classe dirigente se mai ci sarà.

D’altra parte se la ‘ndrangheta non cerca il partito politico per scelta ideologica ciò è solo perché essa è policentrica, perché sopravvive in zone grigie nelle quali politica e devianza si sovrappongono in comuni interessi di potere ed è per questo che non è la ‘ndrangheta il solo problema, o la sola forza da sconfiggere. Da tutto questo, ancora una volta, tra vicende di piccola politica e di poche se non scarne promesse e facili lusinghe, ci rendiamo conto che il tempo per disilludersi per i giovani, ieri come oggi, non è mai passato. Nella nostra storia personale di giovani di ieri abbiamo ormai visto di tutto. Movimenti spontanei, studenteschi e della società civile, rocambolesche trasmissioni televisive o libri celebrativi di evidenze poco supportate da un’analisi sostanziale dei retroscena, pubblici e privati dei protagonisti, costose campagne fotografiche promozionali su quotidiani nazionali rivolte ad esorcizzare il demonio della criminalità attraverso gli sguardi dei ragazzi, di quei ragazzi che si chiedono, oggi, perché nulla cambia.

Siamo stati anche protagonisti passivi guardando in famiglia la serie in due parti di “Pane e Politica” senza abbandonarci ad isterismi o a commenti poco sereni perché, in fondo, non ci ha meravigliato nemmeno l’evidente realtà pietosamente clientelare di cui siamo ostaggio come lo siamo, ormai, anche di un’indolenza forzosa. Un’acquiescenza al bisogno e all’aiuto che, al di là del momento, non ci dà la forza di esprimere un pensiero nuovo, libero dalle necessità e dai condizionamenti di pochi. Di manifestare, in altre parole, quell’indipendenza di idee e di coscienza necessaria per poter rifondare la politica in Calabria partendo dai giovani.

Da quei giovani che dovrebbero avere il coraggio di non illudersi, di andare avanti senza le adulazioni di quegli adulti della politica la cui storia non è certo storia di successo, ma strategia vincente di sopravvivenza al di là di ogni possibile evidenza. Da quei giovani che dovrebbero mettere da parte ambizioni individuali e costruire una comunità di impegno abbandonando qualunque comoda ipocrisia. Di far si che il cielo sia sempre più blu questa volta, senza ricercati scoop giornalistici romanzati grazie alle parole di celebrati eroi della politica di sempre, di maniera e senza meriti. Di poter avere un cielo senza quelle nuvole che sono lì, ancora una volta, pronte a prometterci schiarite per poi rendere plumbeo, di nuovo, il nostro destino e quello dei giovani e di chi giovane non lo è più.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.