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Milano, Parigi, Genova. Prove tecniche di lotte di piazza.

Vi sono molte interpretazioni per capire è successo a Parigi nelle periferie, nelle cosiddette banlieue, quanto accaduto a Milano, Genova, e ancora a Parigi in questi ultime settimane. E vi sono certamente spiegazioni evidenti, troppo evidenti, per essere le uniche se ci si ferma solo alla contestazione contro quel leader politico o un articolo di legge. Di fronte ad una crisi evidente di un modello rappresentativo che muta i rapporti della democrazia spostandoli verso l’alto, e a un’incerta percezione del futuro dovuta ad un’assenza di proposte di crescita delle giovani generazioni, ciò che si osserva oggi è un disorientamento politico-ideologico. Un passaggio fisiologico in un’epoca di transizione dove il fenomeno antagonista tenta di ridefinirsi attribuendo un ruolo centrale ad una cultura non ufficiale quale veicolo di promozione di valori già espressi nella storia dei movimenti, ma rivisitati in chiave di proposte alternative, attraverso una conflittualità che non attribuisce credito alle forze politiche istituzionalizzate, al di là della loro identità ideologica.

Si assiste, quindi, ad una riqualificazione della propaganda, alla realizzazione di reti telematiche che superano le frammentazioni possibili dei movimenti antagonisti e le stesse frontiere fisiche abbattendo qualunque frontiera culturale. Si presentano nuove identità che cercano modelli di aggregazione, anche virtuale, ma ideologicamente concreti, fortemente invasivi nelle comunità diverse i cui confini sono stati efficacemente superati dalla forza della rete e dalla diffusione delle ragioni del mercato globale. La spontaneità del movimento antagonista, l’integrabilità delle idee e delle persone, la comune azione politica proposta, diventano gli obiettivi sui quali si vuole costruire un’architettura alternativa al sistema. Un’alternativa che diventa a sua volta il risultato di una disoccupazione ideologica e culturale dilagante.

Un effetto di un senso di provvisorietà a cui nessuna politica ha tentato di porre freno coinvolgendo i giovani in progetti di crescita e di partecipazione dotati di concretezza e di certezze. Così il rischio che si corre oggi nel valutare l’impatto sociale dell’antagonismo giovanile è dato dall’avvalorare tesi per le quali, dal 1989 in poi, sia avvenuto un capovolgimento dell’immaginario collettivo. Un cambiamento della percezione del ruolo delle componenti delle società europee per il quale la lotta di classe sia ritenuta oggi improponibile. Tuttavia il confronto ideologico mancato, dovuto all’affermazione di un processo di internazionalizzazione delle opportunità di mercato, ha lasciato spazio alla conflittualità antagonista, non sempre necessariamente violenta, ma determinante nell’assumersi il ruolo di controllo e di guida degli esclusi.

In questo scenario, diversi possono essere i presupposti di crisi individuabili. Il ritardo dell’evoluzione democratica, il mancato completamento del processo unitario sul piano economico e sociale rivolto a tutelare le minoranze più deboli di fronte ad un trend di mondializzazione delle opportunità che tende ad escludere, e a non favorire, i meno capaci. O, ancora, la persistenza dello squilibrio fra Nord e Sud, le difficoltà di un sistema in crisi e rappresentato dall’ ingovernabilità di fatto delle ragioni sociali retrocesse a politiche di secondo livello rispetto all’azione economica condotta solo secondo regole di mercato.


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