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La verità del “Codice”

“[…] La reazione allarmatissima e decisa della Chiesa cattolica contro il romanzo, ed ora film, Il Codice da Vinci è il sintomo di una serie di questioni assai più complesse di quanto non si sospetti. Perché mai un romanzo che narra una storia giudicata falsa e inattendibile, anzi considerata calunniosa e offensiva nei confronti di Gesù e della Chiesa ha un tale incredibile successo? […] In realtà questo successo può essere letto come una paradossale domanda di conoscenza sulle origini del cristianesimo, che la Chiesa rischia di fraintendere o eludere se si chiude nella risentita anche se legittima difesa della propria dignità. […]”. Gian Enrico Rusconi. Il Vaticano e il Codice da Vinci. La Stampa, 30 aprile 2006.

copertina del libro "il Codice da Vinci"Di ogni saga, di ogni storia che si rispetti si giunge primo o poi al film. E di ogni mistero sul quale la storia si fonda, o cerca di strutturare la sua architettura di idee, di personaggi, si cercano le verità e i falsi come qualunque altra opera dotata di misteri di paternità incerta. I romanzi non sono altro che opere di idealità. Opere che se riportate sul piano della storia popolare e del mito guardano alla realtà come momento di possibile epilogo ma non di necessaria concretezza. In questo Dan Brown è riuscito a ricostruire una storia estremamente surreale, dove l’esoterismo ricercato affonda le sue origini nell’intero mistero dell’Occidente cristiano e delle radici della nascita dell’identità occidentale. Un’identità che non prescinde da un dato religioso che la distingue dal dominio orientale degli animi per realizzare una struttura messianica e teocratica in Europa.

Al di là del thriller, che può appassionare nei cambiamenti di scena e nell’intreccio delle diverse interpretazioni, bisogna comunque ammirare il coraggio dialettico di ricostruire in termini organici una serie di interrogativi che appartengono all’immaginario collettivo dell’inspiegabile, forse del volutamente inspiegabile. Un coraggio giunto sino al limite di mettere in discussione i Vangeli canonici, rispolverando la tradizione gnostica quasi come se ci si trovasse di fronte ad un relativismo storico di ogni presunta dogmaticità. Un azzardo giocato nel gettare nel dubbio dei contenuti quella serie di trascrizioni sulle quali si è realizzata la struttura teologica della Chiesa Cristiana, Cattolica, e attraverso le quali è sopravvissuta l’ortodossia nel tempo. Da tutto questo, che si apprezzi o meno il libro o il film, emerge una sola verità. Cioè, che nella evoluzione della fede cattolica, al di là degli scismi e delle verità storiche dal Concilio di Nicea in avanti - concilio nel quale si discusse della natura di Gesù e dove, altrettanto, si impose l’interpretazione politica dell’imperatore Costantino nel risolvere il dilemma nell’ortodossia - nessun confronto sull’ortodossia si è posto se non all’interno di un pensiero divergente.

Un pensiero emarginato nell’ereticità perché offriva argomenti per una diversa interpretazione dei Vangeli e della Sacra Scrittura. Oggi, dopo il romanzo e il timore di un film sacrilego, non è la corsa a svelare il mistero del Graal che ci incuriosisce. Non è la corsa a dare una spiegazione all’esistenza o meno del Priorato di Sion e della possibilità che ci sia una discendenza reale, identificabile in una progenie di Gesù giunta in Europa con Maria di Magdala che ci preoccupa come cristiani. Né il pensiero che si voglia tentare di recuperare un ruolo della donna all’interno dell’universo cattolico in termini di sovversione di un dogma maschile. Né, che si cerchi di affermare verità esoteriche che non siano limitate all’economia di un romanzo, alla curiosità e al film, ridisegnando momenti dell’evoluzione della storia dell’Occidente cattolico alternando misteri e dubbi tra identità complesse, come Leonardo, e istituzioni forti nel mondo come l’Opus Dei.

Il Codice da Vinci propone, è vero, una serie di enigmi che affondano il loro fascino in altrettanti misteri che si nascondono nelle pieghe della storia. Quella stessa storia che ha usato per molto tempo la semplicità popolare, offrendole miti ed eroi, e che ha creato verità ortodosse, per necessità di potere. Una storia, ad esempio, che non spiega ancora oggi il mito della Madonna Nera. Un mito che avvolge comunità diverse in Europa, ed anche in Calabria. Quella fede verso una identità etnica che poco ha della trasfigurazione della personalità di Maria e che si è diffusa proprio nei primi anni del Cristianesimo ortodosso. Quel culto popolare che ci avvicina al mistero di Maria di Magdala, alla sua etnicità, all’enigma delle sue origini, al suo non essere di carnagione chiara, al suo ruolo marginale in una storia che per molti secoli è stata scritta da un pensiero unico e che ci porta inconsapevolmente a credere ad una Maria non sempre indistinta. E così, fra verità e falsità, la verità del Codice muta il suo obiettivo finale.

Non sovvertire un ordine religioso costituito, ma dimostrare la paura della discussione. Il timore di dover prima o poi ridefinire il confine fra ortodossia necessaria e conoscenza gnostica. Una paura sulla quale l’uso del mito, per finalità politiche e di potere, finisce per dare frutti diversi da quelli sperati, dove la conoscenza popolare rischia di avvicinarsi alla storia più di chi la storia stessa la racconta. Un timore che a noi occidentali, costruttori di idee attraverso miti iconoclasti, ci fa dimenticare che la forza di una fede, fra dubbi e falsità, rimarrà sempre nella ragionevolezza delle tesi e dei valori professati. Nella capacità di tralasciare ragioni politiche e di potere per le quali già molti fedeli, gnostici nell’eresia, e tanti scismi hanno fatto si che la comunità cristiana pagasse nel tempo un prezzo altissimo di sangue per affermare un cattolicesimo universale ortodosso ed indiscusso. Un cattolicesimo cristiano molto spesso poco incline alle ragioni dell’universalità dell’uomo e della sua relatività.


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