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Ruini e la libertà religiosa. La finestra aperta sull’Islam

Nel confronto tra Cristianesimo e Islam si sovrappongono elementi non solo culturali ma politici. Dalla pronuncia dell’Unione europea sull’esposizione o meno del Crocefisso nelle aule delle nostre scuole, alle vignette satiriche su Maometto sino all’uccisione di Don Andrea Santoro il rapporto tra laicità e fede sottende delle scelte e delle capacità di dialogo e comprensione di fenomeni che non sono trascurabili per garantire pari dignità di culto e di tutela delle garanzie in molte società. Una realtà che il Cardinale Camillo Ruini espresse nel marzo 2006 con queste parole “[…] Solo il pieno, reciproco riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, unito al rispetto per le fedi ed i loro simboli, può evitare che si creino tensioni come quelle seguite alla pubblicazione delle vignette su Maometto, nel clima delle quali c'è stata l'uccisione di don Andrea Santoro, missionario in Turchia per rendere presente Cristo in quelle terre […]”.

Non credo che oggi si possano avere ancora dei dubbi sul vero valore della laicità dello Stato e sulla portata che un simile aspetto ha sulla vita sociale di una comunità che organizza la propria identità in maniera civile e giuridica condividendo valori che la rendono tale, e come tale la identificano e la distinguono da altre comunità. E non credo che si possano avere dubbi su come stia lentamente scivolando l’Occidente cristiano e la propria cultura civile verso una farsesca rappresentazione di una tolleranza di ritorno verso modelli religiosi dei quali, sino a ieri, ne abbiamo rifiutato l’assimilazione in difesa di un “nostro” modo di esprimere un certo integralismo religioso. Una linea di difesa che, incredibilmente, oggi tenta di tutelare il ruolo centrale da sempre assunto dalla religione nella vita pubblica del Paese tollerando prossimità teologiche molto diverse ed estremamente competitive come l’Islam.

Una scelta dove il Cardinale Ruini vuole porsi come paladino di una libertà religiosa che non è una rarità nel nostro Paese. Una verità che è garantita, nei termini previsti dalla Carta Costituzionali, a tutte le confessioni che non sono contrarie al nostro ordinamento e ai valori sui quali l’ordinamento giuridico italiano si fonda. La verità è che ci si sente in debito di qualcosa e che l’argine della libertà teologica in Italia possa rappresentare l’estrema difesa di una laicizzazione dello Stato che escluderebbe la stessa Chiesa Cattolica dal gioco politico nel quale, in effetti, non ha mai cessato di partecipare. Un gioco che oggi per esser difeso si tenta di affermare con una sorta di ritiro di un non expedit di fatto esistente, allora, aprendo le nostre scuole all’insegnamento di altre religioni.

In tutto questo, oltre che da laici anche come cattolici non credo che possiamo essere d’accordo. Non si possono mischiare profili formativi che rappresentano il progetto del mantenimento di un’identità di popolo e svenderli all’occorrenza per mettere in discussione la sopravvivenza della laicità dello Stato a favore di un fronte interreligioso nel quale non vi sarà convenienza per nessuno. Quella laicità che garantisce la libertà di fede ma che non permette alla fede di determinare le scelte politiche e sociali che nell’interesse dei cittadini, di qualunque professione di fede o di coscienza essi siano, devono essere prese in conformità dello spirito sociale e laico a cui lo Stato italiano si ispira. Libertà di religione va di pari passo con libertà di espressione e di pensiero, anche di critica senza sfociare nel vilipendio.

Per questo, in tutta questa vicenda, credo che la vera strada sia ribadire l’estraneità della scuola ad ogni contesa religiosa e affermare che la scuola è un valore e un patrimonio della cultura del paese che ad essa affida il suo futuro ed il suo passato. La religione riguarda gli animi e siano, per questo, i ministri dei culti ad assumersi la responsabilità di mantenere viva la fede e garantire che i propri fedeli rispettino i precetti secondo regole che non appartengono alla Stato, ma che non devono essere in contrasto con le regole dello Stato. Se la libertà di religione è un valore allora difendiamola. Ma per difenderla va affermata la piena laicità dello Stato e della scuola ponendola al di fuori di ogni manipolazione delle coscienze affinché ognuno, nella propria libertà d’animo e secondo la propria coscienza, possa professare il Credo che riterrà più aderente alle proprie tradizioni o alla propria cultura.

E se la cultura occidentale coincide con la storia del cristianesimo cattolico, allora non vi sarà nessuna difficoltà. Ma essa sarà difesa nel tempo solo in un approccio formativo laico. Quell’approccio che può tollerare una Storia delle Religioni che segua un percorso didattico coerente, che impedisca nel nome di una libertà strumentale ai presidi di dover cercare tappetini da stendere sul pavimento delle aule e scegliere il miglior orientamento di una classe italiana verso la Mecca. Insomma, che eviti di dover dividere le nostre classi fra cappelle e moschee d’occasione.


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