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Tolleranza zero

Dal Medio Oriente sino all’Indonesia, in Pakistan come in Turchia, le reazioni alle vignette caricaturali del Profeta sembrano siano diventate un ulteriore argomento di lotta. Un’occasione di confronto estremo fra due mondi, due aspetti dell’immaginario collettivo nel quale alla libertà di espressione occidentale si accomuna la censura strumentale di chi, pur nel rispetto delle proprie credenze, tenta di utilizzare in termini destabilizzanti un esercizio satirico, magari di dubbio gusto, ma tale e soltanto tale. Non solo. Lo scandalo forse risiede nell’offrire del Profeta un’immagine ironica, non credo intenzionalmente blasfema. Almeno non blasfema quanto allora si potrebbe contestare alle vignette italiane che usano tranquillamente simboli cristiani, tra politici crocefissi, dissacranti caricature e altre espressioni che non vedono però scomuniche da parte del Vaticano o fatwe cardinalizie. Non blasfema nell’ironia di una dialettica che usa i simboli religiosi nella metafora quotidiana senza per questo porli alla gogna o al ludibrio di una folla di lettori incoscienti e irriguardosi, addirittura agnostici se non quasi tutti atei ed indifferenti a qualunque sentimento religioso.

Qui non si tratta di ricorrere ancora allo scontro di civiltà, favoletta creata da Huntington, per descrivere dei processi che si modificano nel tempo ma che si ispirano alla diversità di un mondo sempre più multiculturale. La verità è che la tolleranza e il gusto di descrivere con ironica simpatia simboli e credenze vengono sacrificati in nome di una religiosità che non può affermare il suo essere con la violenza o sfruttando l’esasperazione delle masse emarginate. Una religiosità che è incapace di sorridere e di guardare alla vita, al suo quotidiano. Una religiosità che non può escludere valori laici senza per questo essere offensiva. Una religiosità che se affida alla violenza la sua identità e la sua massima capacità di confronto dimostra di non avere più fondamenti sociali da tutelare, di essere incapace di accreditarsi quale portatrice di valori universali dal momento che afferma i valori violati violandone altri, aggredendo ciò che dovrebbe difendere al di là di tutto: pace, tolleranza e vita.

Oggi, da occidentali, non possiamo non guardare alla strumentalità delle reazioni islamiche. All’incapacità dell’Occidente di rispondere con fermezza a reazioni incontrollate che hanno poco della tolleranza che l’Occidente stesso ha manifestato ospitando, e preoccupandosi di integrare nelle sue comunità, masse di islamici a prescindere dalla reciprocità garantita all’occidentale, laico o cristiano che sia, nelle loro società. Forse alcune caricature potrebbero sembrare eccessive. Sicuramente inopportune per una scarsa valutazione sull’impatto che simili disegni avrebbero potuto avere sugli animi deboli di un Islam in evidente difficoltà al suo interno. Tuttavia non credo che esse siano un’offesa all’Islam, bensì, un modo di sdoganare ed esorcizzare la concezione di un Islam violento e intollerante. Un modo di aprire le porte ad una realtà che è ormai anche occidentale, per rendere familiare un’integrazione con la nostra cultura che non vuole assimilarne altre, che non vuole uniformare le diversità sulla cui sintesi si è costruita la storia dell’Europa.

La storia di un’Europa sempre più multiconfessionale e multiculturale di quanto non siano i Paesi dell’universo islamico. Se tanto non è sufficiente a fare della libertà di espressione, quanto di professione di fede, il giusto strumento per bilanciare valori di liberalità e di tolleranza, se ciò non è sufficiente ad evitare lo scempio delle bandiere degli Stati occidentali - che certamente non sono noti per intolleranza ed inumanità giuridica e sociale rispetto a molte autocrazie intolleranti e poco democratiche che sfidano l’Occidente attraverso le masse degli emarginati - allora la nostra civiltà non può subire lezioni ed attacchi da parte di nessuno. Da chi cerca nell’oscurantismo di una religione di mantenere in ostaggio animi e coscienze, condannando l’ironia di un quotidiano per raggiungere e soddisfare obiettivi di potere personale.

Di fronte a ciò, nessuno potrà darci lezioni di civiltà cercando, da islamico o da altro religioso, di togliere ad esempio un crocefisso da una nostra aula, o dire a noi, in Italia come in Occidente, su quali valori fondare la nostra libertà e su quale libertà di espressione fondare la nostra capacità dialettica. Se l’iconografia satirica vale una guerra allora che si giochi altrove, non nelle nostre piazze, non contro le nostre bandiere o sulla pelle dei nostri missionari, ma nelle società che mantengono spazi di emarginazione e masse inoccupate per affermare un minimo di laicità democratica e di libertà di espressione. Che l’Islam si doti, insomma, anche di una propria capacità critica e di ironia. La stessa ironia che nei primi anni del Novecento proponeva, nella pervasività dello spirito libertario indipendentista, iconografie e disegni umoristici pari a quelli di oggi, ma apparsi sui primi quotidiani arabi allora e non certo su quelli occidentali.


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