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Diritto alla vita, diritto di vivere

Diritto alla vitaCi sono momenti della vita nei quali si cerca di trovare uno scopo, di dare un significato alla propria esistenza, di credere nella possibilità che i sentimenti e la passione possano rappresentare valori che si mischiano con l’umano immateriale e la politica dell’agire. Ci sono momenti della vita politica di una comunità dove la laicità dei valori a cui essa si ispira si confronta con la spiritualità degli animi e dove, per questo, la libertà di coscienza si misura con gli obblighi di fede. Ci sono momenti della vita di ognuno di noi dove credere di essere cattolico significa credere in un sentimento verticale, da rispettare come tale, senza pensare che possa esserci anche un valore orizzontale da condividere con altri in pari opportunità.

La polemica sulla legge 194 [1], il porre in discussione un aspetto fondamentale della vita sociale ed etica della comunità italiana tenta di mettere in crisi un impianto legislativo difficile: quello della disciplina dell’interruzione della gravidanza e del ruolo della donna e del sistema sociale. Ma, soprattutto, tenta di disarticolare una legge a cui va riconosciuto il merito di aver regolamentato ciò che comunque veniva fatto sino a prima dell’intervento del legislatore illecitamente e al di fuori di ogni regola possibile tesa a rispettare la dignità umana e femminile. Mettere in discussione la coscienza di madre è già di per sé immensamente difficile e, solo per questo, nessuno ha il diritto di condizionarne volontà e sentimenti nel momento più delicato dell’esistenza di una donna.

Non vi sono formule capaci di raggiungere una soluzione tale da poter accompagnare alla vita il senso della felicità, in un modello di società civile dove il sostegno alla procreazione si scontra con rigidi calcoli economici e di accessibilità a beni e servizi. Se è veramente la vita il valore, allora si dia alla vita il senso di rappresentare il motivo principale di crescita, l’obiettivo di un’economia forte e solidale dove la marginalità non sia un costo da pagare ma una condizione da arginare. Si dia alla vita un senso di libertà e di affrancamento dal bisogno, e non ipocrisie da operetta nella solidarietà da vetrina. Non consumiamo affetti sessualizzati da erotismi da copertina e poi ci ripaghiamo con campagne antiabortiste per sanare il nostro debito con la coscienza ricordandoci di essere, quando fa comodo, un Paese cattolico. Né fomentiamo campagne di austerità dei costumi credendo di poter vivere in una società asessuata quando promuoviamo poi il successo di una ragazza quale velina di turno.

Se si vuole difendere la vita non si comincia dai consultori che, nelle difficoltà operative, rappresentano la novità di una legge nata per colmare un precedente nulla di fatto. La verità è che la polemica sulla natura e funzione dei consultori, sul rispetto dello spirito della 194 rispondono ad una campagna politica permeata da un puritanesimo che nasce da chi dell’anti-puritanesimo ne ha fatto un vantaggio economico. Se si vuole difendere la vita si dia alla vita la possibilità di affermarsi senza subire violenze economiche e sociali che nascono dall’esclusione, dall’incomprensione, dalla funzionalità del povero a giustificare la comoda e santa elemosina altrui. Se è la vita che si vuole difendere si attribuisca alla vita un valore aggiunto in ogni politica di crescita e di integrazione sociale per una società che crede in essa e la difende, alla nascita come nel suo sviluppo.

Tutto questo perché la difesa della vita non nasce e non è responsabilità solo dei consultori. Essa è un obiettivo politico universale che molto spesso si abbandona o si rispolvera a seconda degli opportunismi del momento, dimenticando massacri e sostituendo l’amoralità genocida con il giudizio sul dramma di una madre. In questo la Chiesa scelga pure la militanza. Quella militanza scoperta però soltanto dopo la 194 e non prima, mentre la politica scelga la vita come parametro per decidere sulle azioni da intraprendere perché è vita la nascita, la formazione, la crescita, il successo come la miseria dell’individuo. Una Chiesa non secolarizzata e antimoderna quanto una politica strumentale e mistificatoria distruggono la vita nei suoi valori essenziali, perché ne distruggono la sua evoluzione.

Così nelle periferie, nel mondo dell’esclusione e dei disperati, nel mondo dei bambini affamati. La distrugge nel momento in cui prevalgono filantropismi votati ad elemosine, a comprimere libertà sofferte di coscienze delle donne che hanno nella loro maternità il giusto strumento per discriminare, a volte drammaticamente, le possibilità di vita di cui ne sentono la responsabilità. La 194 non sarà perfetta. Tuttavia essa ha il merito di aver messo al centro di un sistema di tutela e di garanzia la donna, la sua responsabilità di madre, il suo essere parte di un mondo che non può non sostenerla nelle sue scelte a cui si accompagna la libertà di coscienza sul come amare e come procreare. Una legge che ha avuto quanto meno il merito di distruggere un sistema occulto di morte a cui chiunque, anche donne e famiglie cattoliche, si sono rivolte in passato, nascoste nella vergogna di un’ipocrisia di facciata.

In questa lotta senza quartiere contro valori e simboli laici chi rischia di perdere ancora una volta è la Chiesa. Il rischio di un anticlericalismo pernicioso per il futuro dell’Occidente passa proprio davanti alla compressione del valore laico di uno Stato, di fronte ad integralismi incomprensibili per le masse. Integralismi ammantati da religiosità d’occasione sulle quali si gioca proprio il valore della vita. Di quella vita sulla quale tutti gli integralismi ne sono passati sopra molto spesso nella storia, dai campi di battaglia, alle guerre di religione, alle conquiste, ai martiri suicidi dell’Islam, ma certamente non nei consultori italiani.


[1] Legge 22 maggio 1978, n. 194 - Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza.



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