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Laicità e fede

Città del VaticanoConferenze episcopali e logiche di governo continuano a confrontarsi su temi che hanno già influenzato la vita politica del Paese dall’unità in avanti. Ciò che si affronta oggi, però, è il risultato di una confusa percezione che si ha del senso di laicità e di religiosità che caratterizza una comunità democratica divisa fra l’etica della fede e la condivisione di regole laiche di convivenza civile. La formula “libera Chiesa in libero Stato” non rappresenta solo uno slogan o un pensiero. Diventa una sintesi dell’unica possibilità concessa dalla storia all’Italia per riuscire a costruirsi come nazione dotata di identità e proporsi come patria nell’epoca delle migrazioni senza confini, soprattutto culturali, ancorandosi a conquiste civili che hanno visto come protagonisti Stato e Chiesa.

Tuttavia vi sono dei limiti di forma e di sostanza che sembra si vogliano abbattere subito per ricostruirli strada facendo. Limiti da imporre e superare come se Chiesa e Stato dovessero ritrovare un ruolo, una dimensione etica fondata su valori che possono coincidere, ma non necessariamente. Il vero problema in questa corsa alla capitalizzazione di valori politici, oltre che morali, è che sia la Chiesa Cattolica, in verità, che lo Stato si assumono la responsabilità di confondere la vera natura della frase libera Chiesa in libero Stato. Una confusione che sembra nascere da un’esasperazione del confronto dialettico su tali temi che rischia di favorire proprio il concetto di libertà di culto, ovvero di libertà di chiedere parità di diritti e riconoscimento di valori che non necessariamente si identificano in quelli difesi e professati da una confessione religiosa. Come si vede in tutto questo non si tratta solo di difendere principi assoluti per necessità etica e morale come il diritto alla vita, la procreazione assistita.

Il dibattito, molte volte opportunisticamente condotto in chiave preelettorale, è molto più ampio e sembra non fare i conti con l’oste, quell’oste rappresentato dagli altri culti altrettanto riconosciuti, anche se manca solo l’Islam la cui sua presenza e “pressione” è evidente. Per questo, e per mettere ordine ad una pericolosa competizione fra Stato e Chiesa, diventa necessario ridefinire proprio i termini delle relazioni fra Stato e confessioni religiose. Fra modelli diversi di governo dei cittadini e delle anime e coscienze degli individui. Se, in altre parole, una dimensione teocratica di guida spirituale si possa conciliare con una necessità di confronto democratico. Se una struttura che ha il dovere di mantenere, preservare e difendere valori che si concretizzano in un comune senso della fede che identifica una comunità religiosa in senso lato, non solo clericale, possa giustificare la teocrazia come formula politica di governo prescelta per soddisfare la missione religiosa.

Certamente ciò è molto difficile da adeguare ad una istituzione laica e democratica. E questo perché una cosa è il governo delle coscienze dei fedeli, altro è il governo politico di una comunità di cittadini. Se non si risolve questo semplice ma non banale passaggio dialettico allora non ci si può meravigliare se sorgono, poi, diversi dubbi sul come interpretare il ruolo politico della Chiesa. La verità di fondo, insomma, è che nello strano rapporto fra fede e politica molto spesso si abbandona la concezione liberale dello Stato quasi come se essa fosse anticlericale per definizione. Ma non è così. La sopravvivenza del culto e la libertà di professare proprie religiosità - nel rispetto dei princìpi laici che sono a fondamento di una democrazia moderna e di tipo occidentale - sono i caratteri di una società che affronta la modernizzazione e tenta di non finire nella trappola del relativismo quale risultato di una reazione indotta da un radicalismo religioso, un radicalismo che allontana invece di aggregare.

In questa lotta a difendere identità indiscusse quali la fede e il valore della laicità dello Stato si rischia, nel comprimere la seconda, di aprire, sulla scorta della rilevanza che si da alla libertà di culto, ad altre espressioni di fede che si inseriranno nella vita politica quotidiana costringendo a mettere in discussione proprio quei valori cattolici di Stato liberale che a quanto pare vorremmo difendere. Così, in questa dimensione terrena dell’universo etico e morale religioso ogni logica di potere dovrebbe soccombere restituendo all’uomo la libertà di scegliere nel rispetto delle regole della comunità laica e, se crede, secondo le regole etiche, morali e religiose che sono patrimonio dell’individuo e che nessuno gli impedisce di rispettare. Mentre il crollo di una libertà laica di culto rischia, invece, di ridurre la fede ad essere un’espressione di radicalità ideologica e favorire, così, una relativizzazione ancora più forte non solo dei dogmi sui quali si fonda, ma anche dei valori laici dello Stato. Il vero rischio è, quindi, che la partita tra laicità e Fede si giochi ancora una volta come un confronto tra poteri e gerarchie con il rischio che a pagarne il prezzo sia una domanda di religiosità. Una ricchezza, quest’ultima, che non dovrebbe aver bisogno di alcuna difesa verticistica di princìpi e valori che appartengono alla storia dell’Occidente e per questo, ancora, interiorizzati negli animi di ognuno di noi, nella nostra laicità, e vissuti secondo la nostra spiritualità.


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