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Il nemico che non c’è. Il dibattito sulla tragedia americana

Dichiarazioni di guerra e preparativi militari che aggregano l’Occidente per la prima volta nel nuovo secolo, ripropongono momenti già visti di presidenti che inneggiano allo Stato e alla sua forza quale categoria massima di organizzazione sociale e garante dell’unità culturale e dei valori della comunità che lo compone e come tale lo identifica. Ma a ben guardare gli eventi e ad altrettanto ben analizzare i contenuti delle dichiarazioni e il clima di passione interventista che si concretizza nel mondo con gli Stati Uniti mai così forti nell’acquisire l’appoggio dei partner europei, da sempre molto reticenti e scetticamente attendisti, dovremmo riflettere sulla particolarità, l’unica, la più importante, che si presenta nella concezione conflittuale di una crisi come quella che stiamo vivendo ogni giorno nelle nostre case: l’assenza di un nemico rappresentato. Ovvero, l’indeterminatezza di poter rendere visibile una minaccia che visibile non è se non nei suoi effetti, criminali, devastanti, ma solo negli effetti.

Una minaccia che nella sua virtualità denazionalizzata trova la sua maggior forza antagonista. Difficile negare il diritto alla reazione di una nazione di fatto sottoposta ad attacco. Ricorrere all’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, ovvero al diritto di autotutela per uno Stato membro aggredito, o far ricorso operativamente all’articolo 5 del trattato dell’Atlantico del Nord, rappresentano l’una la premessa generale per giustificare giuridicamente la liceità di un conflitto e l’altra la diretta partecipazione degli alleati a fianco di un partner aggredito. Ma lo scontro non è fra gli Stati Uniti, Bin Laden, che non rappresenta nessuno Stato, o Saddam Hussein che può rappresentare con il suo Stato la formalità politica di riferimento in un confronto tradizionale.

Il conflitto è, alla base, un conflitto fra modelli. Fra modelli culturali, di organizzazione politica e sociale. Fra un modello che crede in un Dio che è presente in tutti gli aspetti della vita di una comunità e chi crede nel profitto delle borse e dimentica l’uomo e la sua capacità di essere, anche, competitivamente criminale. Il mondo islamico è sempre stato un elemento di forte contrapposizione culturale e religiosa tra l’Oriente prossimo e l’Occidente euroatlantico. Due concezioni del mondo diverse, due modi di interpretare il ruolo politico delle strutture di organizzazione sociale. Il confronto è fra un modello che chiede al processo economico di riuscire ad integrare sistemi sociali di gestione delle comunità e un universo teocentrico in cui l’identità di popolo, unita all’autoaffermazione di un credo politico-religioso materializzato da un unico strumento di fede, di ideologia, di condotta politica qual è il Corano, ha creato nei secoli le premesse per un’affermazione di un’identità islamica nell’alveo delle dinamiche politiche e sociali delle diverse comunità.

Un’unità senza Stati, che si contrappone ad un Occidente degli Stati che trova la sua debole e miope incapacità a prevenire le cause del terrorismo mediorientale a matrice islamica nella visione materialistica e quasi laica poco votata ad un’assimilazione e comprensione dell’altro e incapace di tutelarsi e garantire la proprie basi democratiche di fronte alla realtà “politica” del fondamentalismo. Chi sarà il nemico allora? Bin Laden? Saddam Hussein? O un mondo, quello islamico, che si compatta attorno ad un’unica ragione di fede? La fede in un Dio per il quale diritto, politica ed economia rappresentano elementi di una concezione di vita che non si perde nei confini di uno Stato o nelle impervie lande afghane.


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