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La fabbrica dei kamikaze

Gli attentati di Madrid, Londra, Taba, Sharm el-Sheikh, segnano le nostre coscienze di occidentali e segnano una linea di sangue che unisce un continente avvicinandolo alle prossimità mediorientali più di quanto non avremmo mai immaginato pur guardando alla storia recente. Un Occidente forse responsabile per aver tollerato regimi autocratici che certamente non hanno garantito equità e capacità di azione politica intesa a offrire alle proprie comunità quel futuro, quella parte di modernità che avrebbe sottratto spazio al terrorismo odierno. Tuttavia, al di là delle facili analisi ormai sovrabbondanti, di fronte al dato obiettivo dell’attacco in corso, restano ferme delle tesi che appaiono su molti quotidiani nazionali e non solo, come quelle espresse sul Corriere della Sera del 24 luglio nell’articolo “Il passo avanti che non basta” di Magdi Allam.


Tesi che indicano la capacità dell’Occidente e dei suoi governi di rispondere alla minaccia terroristica islamica. Riflettendo a posteriori, certamente i contenuti possono essere condivisibili nell’analisi dell’autore ma nell’articolo non si ravvisano delle proposte. L’Occidente può aver sottovalutato molte conseguenze di scelte politiche azzardate in passato: l’aiuto anglo-francese all’ascesa di Khomeini, l’abbandono di Sadat nel momento della possibile svolta, un’altalenante sostegno al regime di Saddam Hussein sino alla sua fine per inutilità politica. Ma oggi, guardando al continente europeo, certamente non è più possibile considerarlo il terreno esclusivo di un confronto in una guerra che non può, non deve, coinvolgerlo più. Ciò che si percepisce in queste ore è che si è di fronte a una guerra non solo contro l’Occidente ma interna allo stesso Islam. Fra chi vuole una crescita all’occidentale, perseguendola magari fuori dalla propria regione e chi, in assenza di un’alternativa concreta, tenta di impossessarsi del potere in ragione di un integralismo di maniera.

È difficile, in assenza di proposte, condividere le conclusioni di Magdi Allam, i suoi consigli, i termini ai quali l’Italia deve dimensionare la sua risposta. Ed è difficile poterle accettare, seppur nella loro validità intrinseca, per un aspetto significativo che emerge nelle valutazioni anche sulle scelte operate dall’esecutivo italiano: e cioè che tocca solo all’Occidente, e all’Italia, decidere come combattere una guerra contro la nostra cultura senza rinunciare ai valori di libertà che la nostra cultura difende. Un Occidente che osserva un disimpegno reale da chi dovrebbe a sua volta comprendere che la guerra al terrorismo fondamentalista appartiene oggi anche al mondo arabo e islamico in generale.

L’Occidente ha il diritto di difendersi ma ha anche il dovere di non rinunciare alle proprie conquiste civili, alle proprie libertà, quelle libertà che sono state il frutto di due guerre mondiali e di conflitti sociali che hanno rimodellato i rapporti continentali negli ultimi due secoli. Quella libertà di cui godono anche molti intellettuali che occidentali non sono per cultura e per provenienza. Quella libertà che, nei talk show molto occidentali, quanto nelle università italiane, questi ultimi usano per garantirsi una collocazione favorevole al di fuori delle proprie comunità nelle quali forse il loro impegno civile potrebbe rappresentare quella coraggiosa opera di persuasione, di indirizzo, da rivolgere alle masse islamiche disorientate e facile preda del terrore.

Se è in corso una guerra mondiale contro il terrorismo islamico, l’Occidente non può non combattere senza avere la convinzione, però, che le cause sono anche dovute alla responsabilità politica dei regimi mediorientali. Per questo l’Occidente dovrebbe chiedere a coloro che usano la libertà di un mondo nuovo di contribuire in prima linea, in Medio Oriente e non a “Porta a Porta”, a offrire alle loro comunità un modello diverso, permettere al loro paese - l’Egitto come la Siria, l’Arabia Saudita, l’Iraq, l’Iran eccetera - di crescere, di affrancarsi dalla logica del terrore, dal nichilismo imperante.

Ciò che sarebbe auspicabile, adesso, è un impegno concreto. Un impegno espresso nella condotta di una coraggiosa battaglia civile, come l’Occidente ha fatto molto spesso nel suo passato in ragione di valori e diritti difesi su molti campi di battaglia e sulle piazze. Un impegno capace di conquistare gli animi dei loro connazionali senza più suggerire all’Occidente cosa dovrebbe fare o come dovrebbe difendersi. Sfogliando i quotidiani dal 24 luglio a oggi sarebbe stato interessante leggere delle proposte firmate da intellettuali di origine araba e di dichiarata fede islamica. Proposte di soluzione alla povertà, al deficit democratico, di dialogo, di capacità di realizzare una regione nuova in Medio Oriente, evitando gli ennesimi commenti offerti sul tavolo mass mediatico di un Occidente che è stanco di ascoltare le ricette di intellettuali che non si confrontano con i loro connazionali ma vivono, e bene, all’ombra della libertà che l’Occidente gli offre, indicando poi anche come dovrebbe essere gestita.

Come scrive Magdi Allam la guerra al terrorismo si sconfigge certamente abbattendo la fabbrica dei kamikaze. Ma questa fabbrica non è solo in Italia o in Europa. Questa fabbrica di morte è, anche solo ideologicamente, nell’Islam, all’interno della cultura islamica, in Medio Oriente e nel resto dell’universo musulmano. La distruzione delle fabbriche di morte è la distruzione delle idee e delle ragioni della morte. Essa dipende dalla capacità di condurre una guerra giuridica ma anche ideale, supportata da un impegno militante. L’Occidente europeo, d’altra parte, non ha nulla da imparare sul terrorismo, qualunque ne sia la matrice. L’esperienza interna e internazionale degli anni Settanta ha dimostrato come il terrorismo sia così trasversale e transnazionale che diventa un mero esercizio retorico definire che l’Italia sia responsabile, quanto il Regno Unito, di una fabbrica di kamikaze più di quanto ciò non possa verificarsi in altre comunità, in altre parti del mondo. Il vero problema è la materia prima con cui si fabbricano i kamikaze.

L’Occidente potrebbe anche punire un’apologia religiosa se considerata violenta, ma questo, però, giustificherebbe una critica di valore sulla cultura religiosa di un popolo, di molti popoli e significherebbe ammettere, così, una sconfitta della religiosità islamica sul tavolo del dialogo, esacerbando lo scontro e offrendo ulteriori argomenti di conflitto all’Islam radicale. Sicuramente agli occidentali tocca decidere cosa sia intollerabile e cosa pone a repentaglio la sicurezza dell’Europa e del mondo non islamico. Tuttavia, l’Occidente non vuole più lezioni altrui sul suo futuro. Vorrebbe una condivisione e una partecipazione attiva di ogni risorsa nel proprio ambiente. Risorse anche in Medio Oriente, che contribuiscano a creare una coscienza collettiva di pace e democrazia.

L’Occidente ferito vorrebbe vedere la capacità dell’altro di assumersi la responsabilità di offrire, grazie alle sue abilità di leadership intellettuale, un impegno diverso espresso verso le proprie comunità per assicurare alla propria gente, che vive in Europa, o in altre terre, il diritto di vivere fra gli europei, e agli europei di vivere con loro nel rispetto reciproco. Il resto l’Occidente, con le proprie forze e con politiche di severa tolleranza, lo sa già fare e lo ha fatto in passato, e bene. L’Italia si è riscattata, seppur con difficoltà e con il coraggio dei propri servitori che non amano i riflettori, da drammi anche cruenti. E l’Italia sceglie, nel dramma di un’emergenza portata da fuori, di combattere l’illegalità attraverso formule democratiche difendendo un principio di vita.

Quelle stesse formule che in Medio Oriente stentano a crearsi. Se oggi, dopo Londra, dopo Sharm el-Sheikh, un occidentale si sentisse islamico per una volta, sentirebbe in prima persona la responsabilità di dover offrire una visione diversa della propria cultura, soffrirebbe per le vittime occidentali e islamiche, rifletterebbe sul proprio ruolo e si preoccuperebbe di cosa, al contrario, si potrebbe fare negli Stati del Medio Oriente piuttosto che continuare ad affidarsi a talk show da mercato serale. Cercherebbe, poi, di dividere con la propria comunità aspettative e drammi, per offrire un futuro di pace e di democrazia nella regione.

È vero, il terrorismo islamico è un pericolo per l’Occidente. Ma è soprattutto un problema dell’Islam e per l’Occidente intero che ha dato e da grande prova di ospitalità - nonostante tutto e a prezzi molto alti aprendo le proprie scuole, i suoi servizi, il suo modello di vita - è giusto che dall’intellettualità araba e islamica provengano delle risposte e delle proposte. Oggi l’Occidente chiede al mondo islamico di risolvere il terrorismo. Di dimostrare al mondo che alle parole corrisponde una capacità, una volontà politica e religiosa di presentarsi come partner credibile di un destino comune. L’Occidente, dal suo canto, ha forza e capacità di resistere e rispondere consapevole di avere in sé le energie morali per sopravvivere per rendita storica e cultura identitaria. Per questo l’Italia ha certamente il diritto, se non altro perché è uno Stato di diritto e sovrano, di riscattare alla piena legalità il proprio territorio, sia nei confronti del terrorismo quanto della criminalità organizzata, colpendo da occidentali il terrorista islamico alla stregua di un criminale che offende la sua stessa cultura, che colpisce senza dignità, che agisce senza religione.

Per questo il bene dei mussulmani non può dipendere solo dai modi con i quali l’Italia e l’Occidente intenderanno reagire. Dipenderà dai mussulmani in prima persona, dipenderà da chi fra questi cercherà di mutarne gli animi e le prospettive di vita convincendo l’Occidente che la tolleranza già dimostrata è un vantaggio per tutti e non può trasformarsi in un rischio per chi la offre. Dipenderà da chi dimostrerà all’Occidente, con i fatti e le politiche conseguenti, che l’Islam ha una sua dignità storica, che è compatibile con un senso di modernità quale sinonimo di crescita civile, perché capace di sconfiggere al proprio interno l’idra del terrore, sui suoi territori e nel mondo intero. Altrimenti diventerà difficile distinguere facili e comode dissidenze da pericolose prossimità.


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