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Terrorismo religioso e strategia politica

Terrorismo religioso e strategia politica. Nella scelta dell’attacco alla City il terrorismo islamico di matrice fondamentalista, ovvero riconducibile alle posizioni antioccidentali e antiamericane quali minacce alla dignità islamica, c’è tutta una serie di aspetti che si impongono nell’analisi dell’attacco.
Il primo aspetto è squisitamente immediato perchè Londra? E perchè la parte di Londra che esprime il suo melting pot pagando il prezzo di un’ospitalità dovuta verso l’immigrato arabo, e non solo?
Il secondo aspetto è comprendere perchè la visione di un Occidente nemico da abbattere nei suoi stili di vita sia diventata una sorta di missione. Una specie di lotta contro un tiranno che, in realtà, ha smesso di governare in Medio Oriente dal 1967 in avanti, salvo alcune eccezioni che sopravvivono come l’Arabia Saudita.
Il terzo è perchè il modello fondamentalista si pone come alternativa di leadership nelle lotte politiche di regioni molto diverse fra di loro, dove l’unità di Fede diventa il coagulo di diversità culturali anche molto profonde fra le varie comunità e all’interno delle stesse comunità.
Il quarto aspetto è dato dalla risposta dell’Occidente. Dalla capacità politica di combattere un nemico autogeneratosi all’interno di una visione troppo occidentale del Medio Oriente, delle comunità islamiche, delle opportunità di promuovere un giusto laicismo abbandonato, ormai sin dagli anni settanta alle ragioni contingenti di interessi d’area contrattati negli equilibri di potenza o nel controllo delle opportunità economiche.

Trovare gli elementi utili ad offrire un quadro esauriente non è facile e, in un certo senso potremmo correre il rischio di essere riduttivi nell’esaminarle senza trarne delle conclusioni fondate nella sostanza. Ma di fronte al riduttivismo dilagante che tende a capire quale tipo di plastico sia stato usato o se sia meglio congelare i trattati di Schengen - quasi come se la permeabilità delle frontiere di ogni Stato si tutelasse con un controllo di passaporti - allora possiamo anche cimentarci nel dire qualcosa di sensato per affrontare un nemico particolarmente insidioso. Terrorismo religioso e strategia politica.

Il primo aspetto. In effetti la scelta di Londra non poteva essere sottovalutata. In un disegno di coerente sovversione a catena degli animi europei se non si fosse trattato di Londra, dopo Madrid, poteva essere il turno di Parigi ma, al di la della scelta del miglior media event da utilizzare, certamente Londra rappresenta il luogo più adatto per colpire l’Occidente. Quell’Occidente inglese da sempre prima esperienza di confronto culturale con il nuovo mondo. Quell’Occidente, poi, così indipendente da imporsi come modello e stile di vita. Quella parte di Europa forte fuori dall’Europa. Quella parte di Occidente concretamente consapevole della sua identità di nazione e di cultura più di quanto ogni altra comunità occidentale continentale possa ancora oggi esprimere, Francia e Germania comprese. Tuttavia Londra rappresenta, anche, nell’immaginario arabo, e non solo, quella grande nazione coloniale capace di offrire un senso laico dello Stato, un’identità politica che distingue fra Fede e governo umanizzando le relazioni sociali seppur nel rispetto delle diversità. Quella nazione che ha permesso prima del 1967, prima della guerra dei sei giorni, nonostante le crisi di Suez, il consolidamento di autocrazie laiche e socialriformiste nate da un processo indipendentistico che nel suo avvio non poteva che guardare al Regno Unito come primo modello di organizzazione di uno Stato laico. Uno spazio nel quale si propone una possibilità di vita condivisa fra culture favorita proprio dalla visione inglese delle relazioni internazionali forte di in passato condiviso con quasi tutte le più consolidate culture del mondo. Colpire il cosiddetto Londonistan ha significato, così, colpire il luogo della tolleranza e della convivenza. Una prossimità laica non gradita all’offerta fondamentalista.

Il secondo aspetto: il confronto con l’Occidente. Con quell’Occidente che sino alla guerra dei sei giorni, si confrontava con governi autocratici ma laici, molto occidentali negli stili di vita. Governi nei quali Nasser prima, Sadat, poi, re Hussein o lo stesso Assad, quest’ultimo pur nel suo opportunismo rioformista filosovietico, non derogavano alla laicità del potere. Ma la guerra dei sei giorni ne mutò lo scenario. Lo cambiò profondamente. La sconfitta degli arabi, la sconfitta dei laici spostò i termini del conflitto verso Occidente. Israele e l’Occidente diventavano un nemico unico. La minaccia da abbattere di fronte alla possibilità di un’autodeterminazione del Medio Oriente che passasse anche attraverso uno Stato libero palestinese. La fine della guerra dei sei giorni trasformò l’antagonismo politico palestinese in terrorismo politico e ciò fu più che sufficiente per mutare il quadro della regione. Non solo. Ma lo spostamento del confronto su territori diversi rimodellava, nel frattempo, l’atteggiamento del mondo arabo, ed islamico, nei confronti dell’Occidente dimostrandosi sempre di più un confronto politico, dove le variabili sociali e culturali diventavano man mano i punti di crisi, di fragilità, di qualunque architettura proposta per garantire stabilità ad un potere ormai fuori controllo per assenza di logiche di potenza. Logiche all’interno delle quali la strategia indiretta della manipolazione terroristica dei movimenti vi era stata collocata. Dalla fine della guerra dei sei giorni sino alla guerra del Kippur ( Ramadan-Yom Kippur) la politica occidentale in Medio Oriente fallisce tutti gli obiettivi giocando a far sopravvivere quel poco di laico che ormai rimaneva. Una laicità autocratica sempre più distante da ogni opportunità/possibilità di dialogo ad eccezione di Hussein di Giordania e di un Sadat sconfitto due volte suo malgrado: da Israele e dallo stesso mondo arabo. L’abbandono delle soluzioni politiche, l’intransigenza di un Likud a sua volta fondamentalista, spiazzano l’Occidente europeo e affidano ai soli Stati Uniti la responsabilità di colmare un vuoto progressivo di potere senza riuscire ad offrire soluzioni possibili, tantomeno democratiche, cercando una via laica alla stabilità della regione. Il fallimento libanese, l’incapacità di realizzare un coinvolgimento diretto dei poteri locali, la sopravvivenza di una monarchia certamente non democratica come quella saudita e la tolleranza strumentale di Saddam Hussein non hanno favorito una politica costruttiva, ma rappresentavano solo una garanzia per un Medio Oriente il più possibile a stelle e strisce. Ma il fallimento di politiche laiche non condivise dalla popolazione perchè prive di una sostenibilità sociale ed economica e la rivincita dei talebani in Afghanistan, quanto il mancato dialogo mirato a far diventare un problema mediorientale la soluzione della sua stessa stabilità, fanno naufragare negli ultimi anni ottanta l’ennesima speranza di pace e con essa l’ennesimo tentativo di una road map dall’itinerario incerto. L’assenza di una responsabilità diretta dei regimi mediorientali nell’assicurare un futuro, la mancata volontà di offrire opportunità di cambiamento politico negli anni settanta ed ottanta - magari sostenuti dalla volontà israeliana- come la persistenza di regimi ormai lontani dall’offrire una via occidentale alla popolazione hanno determinato uno spostamento verso la soluzione teocratica nella ricollocazione dei termini di confronto. Termini di governance che si sono orientati a favore dell’unico valore che supera le diversità e colma il vuoto politico e di potere lasciato nella regione: l’Islam fondamentalista. L’ascesa di Khomeini è il momento della svolta e l’affermazione di Hamas il momento di sintesi concreta fra terrorismo politico e terrorismo religioso. L’avvio dell’era sanguinaria di un’apocalittica concezione della vita. Una concezione laddove la vita ha di per se un significato relativo, non assoluto e la risposta affidata al terrorismo religioso.

Da tale epilogo il terzo aspetto: l’alternativa politica fondamentalista. La sopravvivenza di regimi monarchici, la fine del laicismo di Sadat e di Hussein, la sopravvivenza di Assad sr. e di Saddam Hussein sino agli ultimi anni del secolo, rispondono ad un vuoto di potere e di progetto che l’Occidente sottovaluta lasciando ad Israele la responsabilità di difendere valori, ed interessi, nell’area. Nessuna offerta politica, nessuna democrazia da esportazione è stata presentata su un mercato difficile che chiedeva allo stesso Saddam Hussein, nel suo abile gioco al rialzo, di essere comunque l’argine occidentale all’emergere di Khomeini. Così, l’ennesima politica del dubbio sulla vera volontà di pacificare e,quindi, stabilizzare la regione mediorientale e del Golfo, fa si che la deriva fondamentalista rappresenti, purtroppo, come ogni deriva politica che sfocia nel terrore, il risultato di un ennesimo fallimento politico. La prova dell’assenza di un progetto politico, di un modello capace di assorbire buona parte del dissenso attraverso la responsabilizzazione diretta dei dissidenti stessi e la realizzazione di un consenso. Le ragioni fondamentaliste avrebbero dovuto, come dovrebbero trovare, una risposta ed un argine in Medio Oriente, nel mondo islamico, nella capacità di sottrarre consenso e risorse laddove la laicità deve essere riaffermata come separazione fra potere e credo. Due livelli della vita di una comunità che non possono essere resi distinti da soluzioni post-guerra. Soluzioni che allontanano ancora di più, dove la proposta di un nuovo assetto istituzionale se imposto anzichè essere causa di un effetto domino rivolto all’emulazione consapevole, e alla crescita politica, ottiene come effetto la radicalizzazione teocratica come in Iran.

Da queste considerazioni il quarto aspetto, l’ipotesi conclusiva. Oggi, in un modo radicalmente diviso negli assetti sociali, ma vicinissimo nella volontà di partecipare alle decisioni e alle opportunità di vita, coinvolgere le comunità nei progetti di crescita mondiale significa far diventare sempre più sottile il confine fra chi ha e chi non ha. Fra chi deve essere responsabile delle proprie risorse, contribuendo alla crescita mondiale, e chi ne cerca una gestione per conto terzi senza ricadute. Le sacche di povertà rappresentano lo spazio più sensibile nella difesa di una stabilità sociale. Uno spazio nel quale la disperazione degli esclusi favorisce le azioni radicali e alimenta politiche antagoniste modellate su valori alternativi ed in contrapposizione con la cultura dominante. La sconfitta del terrorismo, in questo momento, diventa un obiettivo prioritario ma di una guerra politica che deve giocarsi in Medio Oriente e in tutte le periferie della marginalità araba ed islamica. Il nemico va sconfitto sul suo stesso terreno. Ogni possibilità di confronto in altri ambienti è destinata a fallire perchè fallisce il primo successo da conseguire urgentemente: sottrarre consenso. Guardandoci intorno dovremmo essere così sinceri da affermare che si può esportare ogni tipo di merce, insomma, ma non un assetto politico, una ragione di governo condivisa. Si può imporre un regime, compiacente se necessario, ma la democrazia è scelta dalla comunità in termini rappresentativi. Di fronte a ciò anche il sensazionalismo ideologico ed intellettuale commerciale occidentale oggi non è più sufficiente. Può far vendere libri pensando che l’ultimo uomo sia l’ultima specie di una storia finita. O, dato che la storia continua, che la democrazia sia esportabile ovunque a prescindere dalla diversità (F. Fukuyama. Esportare la democrazia. State building e ordine mondiale nel XXI secolo). Può far vendere libri, può esprimersi in confronti interessanti sulla nostra paura vista da qualcuno che, non occidentale, vive bene in Occidente e ci spiega come vincere la nostra paura senza guardare la paura delle marginalità arabe lasciandoci decidere all’Occidente come superare un ulteriore paura dopo averne vinte molte nella sua storia. (Vincere la paura. M. Allam). O identificarsi nell’orgoglio ferito e difeso da chi vive e ha vissuto le paure dell’Occidente senza far sconti all’occidentalismo statunitense in passato (La Rabbia e l’Orgoglio. O. Fallaci). Tuttavia, in un quadro che non muta e di fronte all’incapacità dell’Islam di affrontare se stesso in chiave politica, se le ragioni della sconfitta politica sono i primi elementi da valutare questi diventano anche i punti di partenza sui quali realizzare la vittoria. E la prima ragione è far sconfiggere il terrorismo islamico dagli islamici, offrendo loro, nel rispetto delle singole diversità, gli strumenti, gli esempi e la fiducia necessaria affinchè ognuno abbia il modello politico più aderente alle proprie tradizioni. Un modello che rispetti alcuni valori universali di democrazia che nessuno, Occidente compreso, per qualunque logica di potere od economica, potrà ignorare o violare. In questo modo, forse, se la nostra qualità della vita è da imitare, o da importare, saranno gli stessi arabi a deciderlo e, sicuramente, non sarà così blasfemo un jeans o una maglietta o un make up accattivante portato nelle strade di un nuovo Medio Oriente capace di essere protagonista di se stesso.


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