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Bosnia: nuova bandiera, stessi problemi

Cambio di bandiera. Dalla Nato all’Unione europea. Prove tecniche di capacità politica e strategica.

NATO ed Unione Europea: cooperazione e sicurezzaIl trasferimento della responsabilità nella gestione delle operazioni di stabilizzazione in Bosnia all’Unione europea segna un momento importante nella riconfigurazione degli equilibri ad Est dell’aggregazione continentale e, nello stesso tempo, assume una veste politica completamente diversa. Il ruolo dell’Alleanza Atlantica, seppur in linea con un concetto strategico rinnovato in chiave post-nucleare e post-bipolare nel tentativo di offrire una missione politica oltre che militare all’alleanza, è stato considerato concluso.

Potremmo discutere sul che cosa si debba intendere per concluso scegliendo la strada di un disimpegno dai Balcani, ritenendoli ormai una realtà se non in equilibrio e dotata di stabilità quantomeno giunta ad un’apprezzabile situazione di stallo a cui l’Unione europea con le sue capacità potrà far fronte nel futuro immediato. Tuttavia, una visione del genere, se può confortare chi nutre speranze su una politica comune in termini di possibilità di intervenire in aree di crisi e determinare la loro stabilizzazione, favorendo la transizione su modelli di governo simili o almeno non incompatibili con la realtà dell’Unione, non è di per sé sufficiente a dare garanzie future.

Da un punto di vista strategico l’Unione europea non ha una dimensione militare che si assume la forza, oltre che la capacità, di difendere un disegno politico condiviso affermandosi come potenza alternativa sia agli Stati Uniti che alla Russia. L’Unione europea, inoltre, non ha realizzato un programma di inserimento progressivo nel sistema di difesa integrato delle comunità che la compongono o che le sono prossime, assumendosi soltanto l’obiettivo di porre in essere un’architettura politica ed economica sopranazionale in evoluzione con altri progetti lasciati alle determinazioni di quelle nazioni più dotate di una particolare percezione strategica verso la difesa come la Germania e la Francia.

Lo stesso Battle Group diventa una formula già vista per rendere organico ciò che organico non è in ragione di una configurabilità dello strumento militare europeo in caso di emergenza con una disponibilità di tempo e di dislocazione (spiegamento sul terreno) non adeguata ad affrontare situazioni di assoluta emergenza e rapidità di intervento. La realtà, insomma, è che l’assenza di un quadro politico di riferimento priva l’Unione europea di una visione strategica a cui ispirare l’impiego delle forze e la preparazione degli stati maggiori (europeo e nazionali) a operare in ambiti più allargati e certamente più complessi di quanto le missioni di pace hanno offerto sino ad ora.

Avere ricondotto la presenza in Bosnia a una delle tante operazioni di pace e stabilizzazione - già definite “di Petersberg[1]” nel vecchio quadro Ueo (Unione Europea Occidentale) - non ha favorito il raggiungimento di una maturità strategica, tattica solo in minima parte, grazie soprattutto all’uso degli standard Nato. Il risultato è che le forze europee rischiano di trovarsi disorientate perché, abbandonato lo schema atlantico di impiego, si troveranno ad affrontare le necessità e le direttive politiche espresse dall’Unione europea verso una regione non dotata di certezze fin tanto che il perdurare della divisione in aree di autonomia amministrativa, espresse secondo linee etniche di confine, non favorirà l’espressione di un’identità politica comune.

La sfida che l’Unione europea si troverà ad affrontare resta, come sempre, più politica che militare dal momento che le forze presenti sul terreno rimarranno identiche nella maggior parte dei casi e nella provenienza anche se si troveranno costrette a ridefinire, se non proprio reinventare, la loro missione con finalità da alcuni giorni molto diverse. Ciò dimostrerà l’esistenza o meno di una capacità di direzione politica e strategica dell’Unione europea nella regione balcanica è se la Bosnia quanto la Serbia saranno considerate per ciò che la storia le ha contraddistinte nel tempo: delle aree di prossimità culturale. Se diversità è sinonimo di tolleranza e di capacità di governare, allora la vera sfida sarà nel superare le singole autonomie garantendone la sopravvivenza all’interno di un quadro politico unitario. Un quadro dove l’identità politica delle etnie non sia altro che l’altra faccia, in periferia, dell’identità politica dell’Unione. Ed è forse questa la sfida più difficile: realizzare con le stesse forze di ieri una piccola Europa nei Balcani.


[1] Le missioni di Petersberg sono parte integrante della Politica di Sicurezza e Difesa Comune dell’Ue. Introdotte dal trattato di Amsterdam, sono state così recepite in ambito comunitario assorbendo il quadro di impiego delle forze in missioni di pace e stabilizzazione già elaborato in sede Ueo.


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