Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

La perla e l’ostrica

Lampedusa. Un vicesindaco leghista nel cuore del Mediterraneo.

Sen. Maraventano Angela, vicesindaco di LampedusaFra le assolate spiagge dell’Italia del Sud e le ancor più roventi coste mediterranee sembra che una linea caratterizzata da una continuità umana voglia ricordare, a chi da anni dimentica, che il Mediterraneo rappresenta una vera, storica, regione geopolitica. Ciò non è trascurabile, anzi. Ne fa la differenza in termini economici, ad esempio, demografici e politici. Ma nonostante tutto questo, l’Italia di destra così come quella di sinistra di ieri, continua a non dotarsi di una propria capacità di azione regionale. Un’azione che dovrebbe permettere di gestire al meglio gli eventi che si approssimano ai nostri spazi, come il fenomeno dell’immigrazione.

Ora che esse sia da ricondurre, al di là dell’aspetto platonico di un’infatuazione politica fra la bellezza pelagica e il senatur, la destra si divide sulla legge che l’ha unita. Una Bossi-Fini che diventa sempre più di Bossi, nella critica, e meno di Fini nella pratica. E si divide al Sud. Ora, non mi sembra che si tratti di decidere sulla fermezza o meno della linea da adottare. Né che si debba disquisire sul quantum di tolleranza e rigore, bisognerebbe mettere in gioco per arginare, controllare, quantomeno contenere un fenomeno migratorio che rischia di ricreare altrettante marginalità nel regno dell’opulenza occidentale.

Il vero problema è l’assenza di una capacità di governo locale, endemica ormai, e la trasposizione della responsabilità verso l’Unione europea da parte di un governo nazionale che dimostra approssimazione nell’esprimere un’azione politica di indirizzo ricercando nell’azione dell’Ue le decisioni strategiche e delegando alle capitanerie di porto o alla marina militare le questioni tattiche. Per questo, non può sorprendere la scelta di essere leghisti al Sud se al Sud mancano le risposte politiche di una classe dirigente coerente nelle sue azioni e capace di dialogare con il centro.

La simpatia angelica per la Lega non è solo un fatto di costume o una provocazione del momento. È il fallimento della leadership politica del Sud; è il punto di arrivo dell’incapacità di essere propositivi ed attori del destino dei propri territori; è la mancanza di fiducia in chi vuole la devolution ma non dimostra di aver posto le premesse politiche per poterla efficacemente gestire domani; è la ricerca dell’uomo-partito forte da parte di chi - non riesce a partecipare, quantomeno, ad un governo locale credibile per assenza di interlocutori prossimi e di uno Stato troppo europeo quando non riesce ad essere almeno italiano - vivendo sul proprio territorio non ha le risposte per il territorio. Fra chi, animato da una volontà giusta di regolamentare i flussi, si scontra con l’indiscriminata gestione confusa degli stessi.

Non è la politica delle cannoniere che impedirà ai popoli di muoversi, di migrare. Piuttosto è la capacità di governo e di gestione complessiva degli eventi che si mette in discussione in questi giorni. La marea di profughi che raggiunge e lambisce le coste italiane non è il risultato di un effetto meteorologico favorito da condizioni ottimali del mare. Essa rappresenta il risultato del processo di internazionalizzazione delle relazioni umane e della regionalizzazione delle opportunità, economiche e sociali, che spinge comunità intere a migrare verso le migliori possibilità di crescita.

Ora, è vero che i flussi migratori possono e devono essere realmente gestiti con un’azione che vada anche al di là di quelle dei singoli Stati membri, che allo stato attuale iniziano e finiscono in una semplice cooperazione che mira ad abolire semplicemente le frontiere interne, superandone sì le diversità ma distorcendo il vero significato della solidarietà. Ma è altrettanto vero che l’Italia avrebbe la possibilità di determinare una svolta nella gestione della materia in ragione del peso rappresentativo che esprime nell’Unione europea dove le nostre comunità locali dovrebbero essere efficacemente tutelate se, come è, nel Parlamento siedono anche eurodeputati del Sud: questi ultimi, certamente non espressione di un Nord leghista.

Nessuno vuole, oggi, stravolgere la tradizione europea che fa capolino sui princìpi di giustizia sociale e di rispetto dei diritti dell’uomo che caratterizzano la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione adottata a Nizza nel dicembre del 2000 in attesa di una sacralizzazione costituzionale dopo Salonicco. Nessuno, tantomeno i siciliani di Lampedusa. Ma da ciò ne segue, al di là del vento di passione politica fra Nord e Sud, che è indispensabile lo sviluppo di una politica anti-discriminatoria sommata ad un rafforzamento di una politica di integrazione sostenibile a cui si somma una volontà di creare condizioni locali, ovvero al di là del mare, tali ad arginare il fenomeno di migrazione verso Occidente. Azioni che salvaguardino entrambe le comunità, quelle ospiti e le ospitanti.

Per fare questo, quindi, non si tratta soltanto di essersi dotati di una legge di regolamentazione. Ma di esprimere una capacità di governare il fenomeno migratorio in una dimensione sovranazionale, quindi europea, ma senza alibi nazionali o locali volti a giustificare un’inerzia insostenibile con la consapevolezza che una comunità a “immigrazione zero” rappresenta soltanto un traguardo utopistico. Un traguardo, questo, che se effettivamente realizzato comporterebbe una lesione dei diritti riconosciuti ai richiedenti asilo sulla base del principio di non-refoulement sancito dagli artt. 32 e 33 della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.