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Le Pen(e) …dell’Europa

Marine Le Pen “…Se avessimo saputo che…”, o “…se avessimo pensato…”, o “…se solo avessimo immaginato…”, rappresentano le locuzioni tipiche di chi si sorprende per il verificarsi di un evento che pensava non realizzabile o, comunque, lontano dal proprio senso comune delle cose. Così non è stato! E a poco importa se la preoccupazione per una riedizione della destra estrema di Le Pen sia soltanto il prodotto di un sondaggio o di una prova preliminare di una consultazione elettorale in Francia.

Certo è difficile, nel calcolo aritmetico dei sondaggi o delle consultazioni preliminari, ottenere dati certi. Ma le tendenze sono importanti e sottendono la sensibilità dell’uomo, del cittadino che esprime delle posizioni e con esse afferma un suo pensiero, un suo modo di intendere la vita pubblica, manifesta delle aspettative di fronte a delle proposte di guida di una nazione. Il pericolo di un revanscismo della destra estrema francese non può essere semplicisticamente ricondotto ad un fenomeno marginale, quasi contingente, episodico e non correlabile ad eventi che hanno segnato la vita politica della Francia.

La crisi del senso di appartenenza che si respira in uno Stato storicamente geloso difensore di una grandeur - strenuamente rappresentata e fatta valere nelle sedi internazionali e all’interno dell’Unione europea in un condominio di leadership politica franco-tedesca - la crisi di un modello socialista derivato dall’eurocomunismo illuminato di Marchais, scomparso nelle politiche di mercato rispettivamente dalle quali nemmeno l’ortodosso Jospin è riuscito a passarne indenne, diventano il prezzo del dissenso da un lato e della richiesta radicale di una politica sociale nazionale dall’altro.

La contraddittorietà di un socialismo di mercato la si paga, quindi, con l’avanzata di una destra populista e con una Francia che deve il quid pluris di una contraddizione di sistema e di ruolo al suo interno poco rappresentativa di un modello economico neocapitalistico. Un modello, quest’ultimo, sempre più anarchico perché denazionalizzato dalle regole del mercato globale. Un socialismo (ir)reale, insomma, prodotto da mercato. Global o no-global, il patrimonio antagonista delle periferie finisce per far soccombere la stessa sinistra polverizzatasi in ragione di un sistema di pensiero non più espressione di un’identità nazionale ormai in declino nella coscienza del proletariato francese. Un’identità che, al contrario, riemerge oggi quale elemento di risposta alternativa proprio nel populismo di destra di Le Pen.

La disarticolazione della sinistra ne rappresenta certamente un buon motivo, ma non l’unico. L’incapacità di affermare un’identità concreta è l’anello debole del sistema politico francese e di quello europeo. Almeno di quello tradizionalmente e culturalmente più significativo sino a ieri più rappresentativo delle comunità. Quell’identità comune che, nel rispetto delle nazionalità, non permette oggi un dialogo fra le stesse, poiché non sempre la divisione di classe che riemerge in un’architettura politica costruita su basi esclusivamente economiche di libero mercato è capace di garantire. Haider, prima, nel dominio delle autonomie locali.

Bossi ancora oggi, temperato da un potere legittimamente attribuitogli che mitiga toni distruttivi senza calmierare, però, l’interesse nazionale con un giusto rispetto delle diversità se non di padano interesse. Le Pen domani, a distruggere ciò che resta di un’identità perduta di un’Europa non ancor matura, ostaggio di comunità fortemente strutturate in classi ancora poco permeabili, nell’assenza di un’autorità credibile, di una legittimità piena e di garanzie per l’altro riconosciute e riconoscibili da tutti.


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