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Il futuro dell’Europa all’ombra del Cremlino

Che la situazione nel Caucaso fosse da tempo sensibilmente critica diventa ogni giorno sempre più evidente. Ma, al di là delle manifestazioni di bandiera che si presentano nel Mar Nero, con una proiezione di sistemi militari di sorveglianza e di difesa degli Stati Uniti, le premesse del confronto politico tra la comunità atlantica e il Cremlino restano immutate. La crisi nel Caucaso non è solo una crisi interna.

Essa segna due aspetti fondamentali nella condotta dell’azione politico-diplomatica continentale. Il primo, rappresentato dal fatto di aver determinato uno spostamento troppo veloce e sovradimensionato alle capacità reali della politica europea dell’interesse atlantico di difesa avanzata verso il cuore del Caucaso, verso il cuore dell’identità geopolitica della Russia post-sovietica. Il secondo, che la crisi georgiana segna l’esistenza di due ulteriori “punti di vista” geopolitici nell’Unione europea. Quello atlantico, espressione del pensiero possibilista, ma realista che riconosce a Mosca un ruolo non superabile unilateralmente nella gestione del Caucaso, e quello antirusso dell’Europa dei Paesi centrorientali. Quei Paesi dell’Est nei quali sopravvive un sentimento di inimicizia storica con Mosca che ha determinato, nel recente passato, un’ulteriore scarsa unità di indirizzo politico dell’Unione nelle relazioni con il Cremlino.

Ma il confronto tra Russia e Alleanza Atlantica nel Caucaso segna, anche, un ulteriore aspetto non trascurabile: che il diritto di autodeterminazione dei popoli non può avere due prospettive, due interpretazioni, a seconda che l’indipendenza del Kosovo interessi l’Occidente tanto quanto il riconoscimento dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia siano i terreni etici per Mosca di sentirsi garante di un diritto molto spesso disatteso. Così, nonostante ci si eserciti in analisi, previsioni e valutazioni giuridiche del caso (e si tenti di rimuovere la mano tesa sino a ieri a Mosca con l’ingresso nel Consiglio Congiunto Nato-Russia quale piattaforma irrinunciabile della possibilità di una condivisione della sicurezza e del futuro del continente) ciò che ritorna è la miopia di sempre di un Occidente che sopravanza le sue possibilità diplomatiche e militari.

Un Occidente che rischia di offrire molti motivi al Cremlino per nascondere, questa volta efficacemente, le proprie debolezze geopolitiche dietro un nuovo ruolo strategico, presentando la Russia come potenza regionale dotata di nuove “armi” se non militari, sicuramente economiche, molto efficaci per condizionare le scelte e i comportamenti degli Stati atlantici ponendo, questi ultimi, all’angolo delle possibili opzioni. L’Occidente, pur condannando e ritenendo illegale il riconoscimento dei governi secessionisti dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia dichiarato dal Cremlino, nel tentativo di fare pressioni su Mosca ha posto quest’ultima in una posizione di dominio diplomatico, in attesa delle varie mosse che la comunità occidentale vorrà fare man mano.

Mosca, in questi giorni, sta solo saggiando la reazione dell’Alleanza Atlantica, dell’Europa e degli Stati Uniti provocando entrambi, forte del fatto che, una volta persa nei Balcani l’occasione offerta dal Kosovo, l’iniziativa del presidente georgiano Saakashvili ha rappresentato l’improvvida e inaspettata possibilità per rimettere in discussione, a favore del Cremlino, la leadership russa nel Caucaso. Di fronte a tale quadro estremamente chiaro, dalla recente crisi d’agosto il vero problema che resterà insoluto, oltre all’incapacità europea di guardare d’ora in poi in qualche modo a Mosca come un partner scomodo ma fondamentale, sarà il ruolo che gli Stati Uniti intenderanno assumere fuori-area.

Un ruolo ancora una volta sospeso tra una dimensione geopolitica che la Casa Bianca vuol far sopravvivere alla leadership neoconservatrice nell’affermazione di un modello unilaterale del sistema internazionale, nonostante le elezioni presidenziali siano alla porta, e il resistere al sovradimensionamento degli sforzi militari ed economici sempre meno sostenibili nel medio termine in Asia Centrale come in Iraq.

Se per Washington la catastrofe geopolitica dell’Unione Sovietica può aver segnato una vittoria incruenta in passato, certamente un’emarginazione geopolitica di una Russia emergente rischierebbe oggi di portare Mosca ben oltre le stesse convinzioni e previsioni degli Stati Uniti e dell’Europa, con un rischio di deriva totalitaria che priverebbe l’Occidente nella regione eurasiatica di un baluardo fondamentale rappresentato proprio da quella parte di Russia europea di cui spesso ci si è dimenticati. Di quella parte di Russia europea che oggi, in una frontiera ampia nella quale ci si impantana facilmente come in Afghanistan, dovrebbe essere strategicamente fondamentale per l’equilibrio e la sicurezza ad Ovest avendo noi qualcosa in comune forse più con Mosca che con la Cina, l’India o le comunità islamiche del Golfo Persico.

Il rischio di un vuoto di potenza nel Caucaso, insomma, e l’incapacità dell’Occidente di poterlo colmare anche solo nelle contingenze evitando regimi instabili e poco affidabili nel medio/lungo periodo non rappresenta un buon motivo per un investimento sulla sicurezza futura dei confini europei. Guardando ad una condizione di stabilità garantita e di autonomia sostenibile, se non di indipendenza, delle regioni di lingua e cultura russa, un caos nel Caucaso non faciliterebbe il compito di rendere innocua Mosca per l’Alleanza Atlantica.

Al contrario, nella rissa, favorirebbe proprio quelle potenze ai confini dello spazio eurasiatico come l’Iran che non aspettano altro che un’instabilità continentale diffusa nelle periferie europee per affermare la loro volontà di potenze regionali, per non parlare poi della minaccia terroristica. Di fronte ad un simile scenario, che rischierebbe di sovrapporre una crisi sull’altra, Putin sfrutta l’occasione offertagli dalla Georgia su di un piatto d’argento: il riconoscimento indiretto della Russia come oste che non fa sconti nel caso di un isolamento dalla politica continentale e mondiale del Cremlino. Un isolamento di Mosca dai dubbi contorni per la pace, la prosperità, la sicurezza del continente europeo e della comunità occidentale allargata. Un riconoscimento, per Putin, per il quale, comunque vada la crisi, pur ritirando o mitigandone i toni, la voce grossa dell’orso non sarà più attenuabile con facilità.
 
Russia: democrazia e ricerca della potenza perduta (26 febbraio 2005);
Prove tecniche di guerra fredda (1 maggio 2007).


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