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La miope “Grande” Europa

Georgia, vertice Ue a Bruxelles. 1 settembre 2008Nel Vertice di Bruxelles del 1 settembre i partner europei avrebbero dovuto stabilire quali posizioni e quali misure adottare nei confronti della Russia. Sino a ieri vi erano posizioni favorevoli a valutare soluzioni rigide nei confronti di Mosca e a dimostrare una certa fermezza da parte dell’Unione europea verso la scelta unilaterale del Cremlino di riconoscere i governi secessionisti, ma filorussi, di Ossezia del Nord e dell’Abkhazia. Ebbene, se le tendenze in politica estera hanno un senso e se una vera politica del peso determinante non si costruisce soltanto in una comunità di intenti, ma in una misurabile capacità di assumersi responsabilità e conseguenze nelle decisioni, allora il Vertice europeo non poteva che finire come sempre: con una formula interlocutoria.

Una formula di verifica di quanto Mosca farà attenendosi o meno al piano proposto dal presidente francese Sarkozy. Un piano privo di ogni vincolo sanzionabile nelle condizioni poste e che, in realtà, definisce solo una sottolineatura politica di un senso giuridico e legittimistico di circostanza. Così, se per i leader europei più inclini alla difesa di un appeasement definito dalle solite parole: “serve (il) dialogo”. E se le formule di un rilancio di un sub-partenariato sembrano adeguate più per una visione calcistica del confronto con Mosca quasi fosse un attore di serie B, la verità sembra essere molto lontana dalle capacità di analisi delle relazioni politiche con il Cremlino che andrebbero messe in campo sul medio termine.

La miopia che ha contraddistinto le politiche dell’Unione europea e le azioni di molte diplomazie euroccidentali ferme al fascino passato della facile conquista finanziaria delle piazze russe partecipando al processo di rafforzamento del rublo, non si perde soltanto nell’orizzonte georgiano, conseguenza a distanza della querelle kosovara. Essa si disperde nell’incapacità di valutare sin d’allora le vere intenzioni del Cremlino. Nella superficialità di non considerare l’intenzione di Putin di costruire una Russia che vuol far muovere l’Unione europea sul terreno del timore per assumere una leadership reale, misurabile in economia come in politica.

Il fatto stesso che l’Unione europea nella bozza finale del Vertice, pur non dimenticandosi della Georgia, tende a precisare che […] vista l’interdipendenza tra l’Ue e la Russia e i problemi globali ai quali sono confrontate, non c’è alternativa auspicabile a una relazione forte, fondata sulla cooperazione, la fiducia e il dialogo, sul rispetto dello stato di diritto e dei princìpi riconosciuti dall’Onu e dall’Osce […]”, dimostra quanto sin dall’inizio del Vertice e ancor prima. La crisi di agosto, l’attacco georgiano all’Ossezia del Sud contro i secessionisti osseti filo-russi è il prodotto di una politica estera condotta ad implementare sicurezza possibile con politiche non definite in una regione particolarmente sensibile alla sopravvivenza dell’identità russa come il Caucaso.

L’Unione europea doveva capire da tempo che con una politica di allargamento ad Est troppo rapida e inclusiva, e che non attribuiva a Mosca un ruolo di piena partnership, si sarebbe reso sempre più difficoltoso il ruolo dell’Occidente nel Caucaso come altrove in quella parte di Asia Centrale ex sovietica. La certezza di un intervento occidentale a sostegno dello sforzo condotto dalle truppe di T’blisi, che ha spinto il presidente georgiano a dare la spallata in Ossezia del Sud, ha dimostrato quanto siano delicate le relazioni regionali e come l’assenza di un quadro politico chiaro nell’Unione europea, e di una valutazione strategica delle conseguenze, possa determinare condizioni di crisi che l’Occidente non è capace di gestire in piena autonomia, ma solo in ragione di una possibilità di iniziativa diplomatica successiva ed allargata.

Nonostante le dichiarazioni del Vertice dell’Unione, e la tranquillità di Putin che non lesina di dimostrare sicurezza e mentre una possibile sfida sul terreno russo non sembra, ancora una volta, alla portata dell’Occidente. Di un Occidente che rischia di impantanarsi in un possibile ginepraio di interessi etnico-nazionalistici ed economici nel quale, questa volta, non è la Serbia ad essere l’attore principale, ma la Russia. La condotta della crisi georgiana e la reazione di Mosca, hanno dimostrato quanto le ragioni occidentali di una proiezione in avanti verso le prossimità del Cremlino non possano segnare due obiettivi contemporaneamente: lo scudo antimissile con lo schieramento avanzato nelle basi della Polonia e l’occidentalizzazione atlantica di Ucraina e Georgia.

Ciò non significa abbandonare T’blisi e Kiev alle intemperanze di Mosca, quanto, al contrario, si tratterebbe di difenderne l’autonomia e l’indipendenza dalla costellazione politica del Cremlino al di là di ogni deriva geopolitica possibile, ma solo nell’ambito di una revisione delle relazioni di Mosca con l’Alleanza Atlantica e l’Unione europea. Per la comunità atlantica la crisi georgiana dell’agosto scorso avrebbe dovuto dimostrare anche un’altra cosa. E cioè, quanto fosse ancora necessario riorganizzare gli equilibri complessivi di un sistema continentale in difficoltà e che tenta di spostarsi verso Est. Un sistema che non potrà escludere la Russia. Presenza avanzata e proiezione strategica, in un contesto di sovrapposizione dell’azione eurounionista, del dinamismo atlantico e della volontà conservatrice del Cremlino rischiano, infatti, di ripristinare una serie di diffidenze maturate nella condotta di una politica internazionale della quale soprattutto l’Occidente rischia di pagare il prezzo politico più alto.

Oggi il vero problema è che l’Unione europea, nonostante la dichiarazione comune, non valuta con accortezza il vero “peso” politico della Russia tanto quanto Washington non tiene conto della nuova maturità strategica del Cremlino dal momento che l’analisi è condotta riduttivamente solo sulle capacità militari di Mosca. Ma una deriva dell’universo russo non favorirebbe un Occidente più sicuro né, tanto meno, una vitalità atlantica capace di difendere i confini dello spazio avanzato con il rischio di doversi occupare di scomode periferie caratterizzate da regimi molto personalistici e poco inclini a dimostrare, nel tempo, una fedeltà ideale ai valori occidentali.

Il Cremlino, però, sa molto bene, di fronte alle difficoltà occidentali in Afghanistan e in Iraq, che il momento è particolarmente favorevole per far sì che la Russia giochi un ruolo geopolitico determinante negli assetti del sistema internazionale dei prossimi decenni. La verità che sfugge in Europa e ai Paesi atlantici ancora una volta, al di là della visione minimalista delle possibilità sanzionatorie, è che la Russia non può essere balcanizzata. La stabilità della Russia, del regime interno, della forza economica del Paese dipende totalmente dall’identità russa storicamente costruita attraverso una politica di leadership esercita nel continente eurasiatico e nell’Occidente europeo nell’attenzione prestata alle popolazioni slave del Balcani.

Per Mosca una rinuncia ad un ruolo determinante nelle regioni con presenza di popolazione russa significherebbe una nuova frammentazione della Federazione, con un traghettamento delle regioni periferiche verso il caos. Nella difesa di un progetto di stabilità durevole del sottosistema europeo ed eurasiatico la Russia rappresenta, per l’Unione europea, quindi, un partner fondamentale per la costruzione di un’architettura di relazioni strategico-militari inclusive, sostenibili ed equi-partecipative.

Al di fuori di quest’ottica ogni interesse militare rischia di arenarsi sulla realtà delle relazioni tra Mosca e l’Occidente atlantico dal momento che gli interessi d’area sono più russi che non occidentali, soprattutto in termini di disponibilità delle possibilità energetiche. Una condizione non lontana, e non troppo fantapolitica nelle previsioni, se un possibile isolamento di fatto di Mosca da parte della comunità atlantica sposterà l’interesse del Cremlino verso aree strategiche più possibiliste e, magari, a nostro discapito, politicamente più generose, come l’Iran e il Golfo Persico.


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