Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Elezioni europee: la democrazia in gioco

Parlamento europeoL’argomento delle prossime elezioni europee, e della probabile riforma della legge elettorale e dei criteri che ne sarebbero alla base, rappresenta il motivo dominante di una querelle politica tra le due grandi coalizioni. Nella polemica sulla possibile riforma per le prossime consultazioni per il rinnovo del Parlamento europeo si osserva una stranissima propensione al confronto con il resto dell’Europa.

Uno sguardo interessato per il quale la scelta del cosiddetto listino bloccato, ovvero dell’indicazione di partito del candidato, sembra essere uno dei motivi per i quali è giusto riconoscersi nei modelli degli altri partner dell’Unione europea guardando alle diverse forme di eleggibilità in uso nel Regno Unito come in Spagna o in Germania. Una volontà di riforma giustificata da varie prospettive. Da quella per la quale la scelta dei candidati da parte della forza politica dovrebbe garantire un’oculata nomina dei migliori rappresentanti, all’opinione secondo cui si eviterebbe, così, una polverizzazione di consensi che si enucleerebbero dal rigido schematismo semplificativo permesso dall’attuale legge nazionale.

Tuttavia, prima di affrontare un simile esercizio di tecnicismo politico dovremmo chiederci, però, se gli europarlamentari di oggi come di ieri, al di là di essere stati eletti con un metodo anziché un altro, hanno comunque, e concretamente, rappresentato qualcuno. Certo, forse la polverizzazione e l’eterogeneità dei collegi regionali sovrapposti dall’articolazione macro-regionale della ripartizione italiana ha definito un quadro frammentato di aderenza dell’eletto all’elettore. Ma, in ogni caso, solo per il fatto di essere espressione di un consenso, non avrebbe impedito all’eletto di attribuirsi nei fatti e nelle forme quella visibilità politica che doveva giustificare, e rendere conto all’elettore e alla nazione, del suo operato.

Un operato che, condotto in un Parlamento che è sopranazionale, avrebbe dovuto far prevalere l’interesse e la voce del Paese in molte circostanze che si sono trasformate in occasioni perdute. Ora, volendo coniugare l’universalità della rappresentatività, ovvero la più larga base elettorale, con il più ampio legame con l’elettore c’è chi insegue proposte che mirano ad individuare nelle liste bloccate una formula possibile a patto che si riesca, cosa alquanto futuristica in Italia, a definire un sistema efficace per garantire sin dall’inizio una giusta selezione dei possibili candidati. Ma non basta.

A ciò dovrebbero seguire anche dei meccanismi tali che possano permettere un ricambio dei candidati in tempi ragionevoli. Se così fosse, però, si rischierebbe di non garantire alle leadership del momento una longevità politica apprezzabile. Leadership che, certamente, non tenderebbero assolutamente a mettersi in discussione, ed è per questo che la possibile via delle liste bloccate anche per le europee sarebbe la miglior garanzia per perpetuare la sopravvivenza di un modello di gestione del potere perfettamente partitocratico. Un risultato che non muterebbe nemmeno con una rotazione di facciata, poiché è l’accesso alla politica che non viene allargato e aperto alla società civile, quella società che vive ed opera e che credeva che almeno nella fede liberale si potesse superare una cultura della politica per professione.

Quell’accesso che è diventato monopolio di strutture di partito rigidamente costruite o sulla forza di un leader o sulla ragione di una politica che si celebra ancora, in un dominio del partito che va oltre ogni ragionevole condivisione con il cittadino delle scelte e degli obiettivi. Ora, si potrà riconoscere che in alcuni Paesi europei ci si trovi di fronte ad una scelta “bloccata”, ma è l’accesso ed il ruolo dei partiti che non è bloccato, anzi. Una differenza che dimostra quanto le scelte del partito, in buona parte dell’Europa liberale, come negli Stati Uniti, nascono da una dialettica interna e da un confronto con l’elettorato e non dall’imperio delle segreterie politiche o dalle volontà o simpatie di un leader. Una scelta preliminarmente realizzata dall’elettorato di partito che spiega, soltanto dopo, la nomina del candidato e il perché.

Come si vede, in Italia si tenta di promuovere scelte altrui ma su modelli da noi interpretati, assunti come propri solo in termini di opportunità e non di metodo, senza spiegarne le premesse che sono alla base della scelta operata dagli altri Paesi europei. Per questo, pur restando ferme le ragioni del Partito delle Libertà e del Partito Democratico - il primo orientato ad assicurare una continuità di posti ad una classe politica ferma sulle posizioni del leader, e il secondo ad assicurarsi una sopravvivenza quale soggetto politicamente definito e di una leadership debole impedendo il confronto politico nelle istituzioni europee con la sinistra estrema - i criteri posti alla base di ogni giustificazione privilegerebbero comunque le decisioni di partito al di là dei sentimenti degli elettori.

Inoltre, anche una possibile formula “bloccata” in termini relativi, ovvero un listino per pochi e preferenza per gli altri, andrebbe bene per chi dovrà essere rieletto, che sarà nel listino, ma non per il candidato che si presenterà per la prima volta poiché dovrà cercarsi i voti. In altre parole, listino totalmente o parzialmente bloccato sarebbe, questa, una scelta che non impedirebbe, di fatto, quanto si dichiara che si vorrebbe evitare ma che in realtà, proprio con il blocco delle preferenze, si realizzerebbe puntualmente: e cioè la creazione di “baronie” e lobby permanenti. Baronie e lobby che, proprio perché distanti dalla percezione del cittadino in un’Europa lontana dal nostro quotidiano, appaiono meno, ma che invece costruiscono provvedimenti normativi e muovono molti più soldi e gestiscono più provvedimenti di quanto si possa credere.

Inoltre, se si dovesse giustificare una riforma elettorale all’insegna della produttività, della presenza degli onorevoli ai lavori del Parlamento europeo e delle relative commissioni, si dovrebbe tener conto che da tempo, ormai, ogni valutazione sarebbe fuorviante. E questo perché è facile aggirare gli obblighi di presenza ai lavori dal momento che molti onorevoli ricorrono agli assistenti per seguire i lavori e chiedono agli altri colleghi di votare al posto loro, motivando l’assenza con l’impegno in “missione”. Non solo.

Anche un’eventuale ragione orientata a rendere statisticamente fondamentali i dati relativi alle presenze in aula e ai voti per attribuire un significato all’opera del parlamentare europeo, ad esempio, non sarebbe utile perché non avrebbe significato la valorizzazione e la misurazione della produttività dell’eletto. Questo, dal momento che l’onorevole ha tempo fino alle dieci di sera per mettere la firma di presenza a commissioni che si sono riunite parecchie ore prima. Inoltre, di fronte a ciò, bisognerebbe tener conto che ogni onorevole, ora come ora, sarebbe sicuramente contrario a qualunque sistema che possa prevedere una maggior trasparenza sul proprio comportamento e si nasconderebbe nella scusa che il loro lavoro si svolge soprattutto al di fuori dell’aula. Una giustificazione per la quale sarebbe assurdo fare possibili statistiche sul rendimento e sulla produttività perché sarebbe come valutare un medico sulla base delle garze che usa e dei soldi che spende invece che delle persone che cura.

La democrazia, nonostante la realtà e le intenzioni, è ben altra cosa. La democrazia non prevede troppi temperamenti nel gioco della rappresentatività. Formule possibili di riduzione della partecipazione dell’elettorato attivo alla scelta del proprio candidato rischiano di trasformare una democrazia aperta e matura in una democrazia “governata”, capovolgendo il processo evolutivo di maturità di un corpo elettorale; ovvero, in quella formula che si potrebbe giustificare soltanto in modelli di rappresentatività politica di transizione da un’autocrazia di fatto che vorrebbe/dovrebbe trasformarsi in una democrazia compiuta. Sul quorum, ovvero sullo sbarramento, e sulla revisione dei collegi per garantire una maggior aderenza del candidato con il territorio nel quale propone la sua disponibilità a rappresentarlo, si può discutere. Ma se la democrazia richiede uno sforzo partecipativo, allora una scelta dei candidati da parte del partito richiederebbe al partito stesso di chiedere, prima, ai propri elettori da chi vogliono essere rappresentati e scegliere tra i migliori indicati e dopo, solo dopo, “nominarli”.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.