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Tra Grecia e migranti l’Europa sconfigge se stessa

Ci sono due aspetti che in questi ultimi giorni rimettono in discussione l’idea di Europa. E non sono aspetti di poco conto per un’idea ambiziosa lanciata più di cinquant’anni fa per aggregare diversità che hanno condiviso drammi e successi in un condominio geopoliticamente forzato di relazioni continentali. E sono il rischio del default greco, con la possibile uscita di Atene dall’euro, e la gestione delle migrazioni provenienti dal Nord Africa. Nel modo di affrontare queste due emergenze si giocano rispettivamente la capacità dell’Unione Europea di essere un soggetto economicamente credibile e quella di essere, altrettanto, un attore politicamente concreto nell’agire internazionale.

Nell’Unione di oggi, politica economica e politica estera sono argomenti che si dividono a metà tra un potere di indirizzo attribuito alle Istituzioni comunitarie e riserve di sovranità garantite agli Stati, il tutto calmierato da complesse procedure intergovernative. Ma se nel modello euro la delega di sovranità è stata comunque definita attraverso meccanismi di direzione e controllo, in politica estera non vi è una unicità di vedute, non vi sono caratteri condivisi ai quali si ispirano le azioni delle “cancellerie” degli Stati membri. Anche l’Alto Rappresentante PESC non può andare oltre una funzione di raccordo - in un’ottica politico-burocratica e interessi dei singoli Stati - tra obiettivi solo dichiarati come condivisi Per alcuni, il vero problema del funzionamento dell’Unione Europea è il mancato passaggio ad una formula istituzionale più decisionista e dotata di maggior sovranità sugli Stati membri dal momento che l’Unione Europea di oggi se non è una federazione certamente è una pessima confederazione.

Tuttavia l’aspetto sovranazionale potrebbe attribuire ancora valore ad un’aggregazione che nel porsi, nell’unità delle diversità, quale motore di crescita economica vorrebbe anche essere protagonista nelle relazioni internazionali. Ma il successo di questi due momenti fondamentali, quanto delle ragioni di sopravvivenza di un’ideale così nobile di unità, dovrebbero fare i conti con un minor egoismo economico che, alla fine, si risolverebbe anche in minor egoismo politico. In economia l’Europa ha perso l’occasione di elaborare un piano condiviso di abbattimento del debito pubblico Stato per Stato, in un’ottica di miglior distribuzione del peso nell’ingresso nell’euro e di adeguata e proporzionale ripartizione delle opportunità di espansione del mercato interno e dell’occupazione. Una scelta che avrebbe dovuto far tornare l’Unione alle origini. Cioè, ad essere quel mercato comune all’interno del quale offrire capacità produttive e di consumo come condizione preliminare alla competizione sui mercati mondiali.

L’Unione Europea avrebbe dovuto continuare su un percorso indipendente e sovrano in politica estera ed economica costruendo un modello di partenariato con gli Stati prossimi allo spazio comune così come voluto a Barcellona nel 1995. Le politiche di prossimità - epilogo delle scelte di apertura economica su basi di reciproco vantaggio sperimentate con le convenzioni di Youndè ( 1964-1969 e 1971-1975 con l’associazione tra gli stati africani e malgascio - SAMA ) o di Arusha del 1969 tra (CEE e Kenya, Uganda e Tanzania) o le convenzioni di Lomè con gli stati ACP, oggi di Cotonou ( Africa – Caraibi e Pacifico) – avrebbero dovuto segnare la strada verso un ruolo determinante dell’Ue. Avrebbero dovuto favorire la crescita dei Paesi del Nord Africa, come di altre realtà del sottosviluppo, affrancandoli da ogni tentativo di riportarli all’interno di disegni egemonici post-Guerra Fredda o abbandonarli, perché esclusi da ogni accesso alla ricchezza, alle lusinghe del radicalismo identitario religioso. La realtà oggi è, purtroppo, molto diversa. Il predominio delle logiche politico-contabili di un sistema creditizio de-nazionalizzato, ma anche de-europeizzato, l’abbandono di una prospettiva euro-mediterranea sostituita dalla tutela degli interessi finanziari degli Stati Uniti e del dollaro, in Europa e in Medio Oriente, hanno sottratto capacità di previsione e di azione politica non solo in campo economico ma, pericolosamente, in campo sociale e, ovviamente, politico.

In questo modo il Mediterraneo da spazio allargato per l’estensione delle relazioni politiche e commerciali europee si è trasformato in un’area di crisi, se non proprio di conflitto, senza soluzione di continuità. Così come la creazione di una moneta unica si è dimostrata debole negli obiettivi perché non poteva prescindere da una politica condivisa, sia estera che interna, nello spazio di mercato interno ed internazionale nel quale ci saremmo confrontati. Oggi se la crisi greca riporta l’attenzione sui limiti economici dell’Unione Europea, e su quelli degli stati nazionali, è altrettanto vero che il fenomeno migratorio mette in luce tutti i limiti politici dell’integrazione facendo si che il caos creatosi nell’incertezza di una identità europea sia il risultato fisiologico di una mancata visione d’insieme di quanto ci circonda e ci coinvolge. Quella prospettiva comune di crescita e di dialogo che, se ci fosse stata e mantenuta nel tempo, avrebbe senza colpo ferire impedito a migliaia di migranti di abbandonare le loro terre, felici di poter far parte di una comunità mediterranea paritaria e solidale. Quella visione di insieme che non sfugge, ad esempio, alla Russia di Putin pronta a sostituirsi all’Ue qualora la Grecia o la Turchia dovessero, la prima come partner comunitario la seconda come alleata NATO, decidere di navigare su rotte diverse nel nostro stesso mare.


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