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Mediterraneo nel caos

Nella vicenda dell’attentato nel golfo di Hammamet e, poi, man mano nelle azioni condotte in Spagna, Francia o nella recrudescenza della violenza di Al-Shabaab in Somalia ognuno di noi guarda senza colpo ferire, da spettatore quasi passivo, il passaggio dell’ennesima carrellata di vittime. Una sequela di corpi che passa sotto i nostri occhi enfatizzata dall’empietà di ragioni di cronaca che suggellano quasi un patto scellerato tra media che promuovono la notizia e coloro che attraverso l’uso della morte ne fanno un argomento di lotta, di estensione della paura, di affermazione di un credo sacrilego a cui l’Occidente non riesce a dare risposte.

Quell’Occidente euro-americano che in nome dell’esportabilità della democrazia e di una non meglio precisata idea di nuovo ordine mondiale -frase che non è mancata nei discorsi di presidenti, papi, politici e faccendieri- ha deciso unilateralmente di abbattere il regime di Saddam Hussein come di altri autocrati di turno, non più utili, non più funzionali agli interessi del momento. Quell’Occidente euro-americano che promuovendo le primavere arabe, senza avere ben compreso chi aiutare e chi no e soprattutto perché, ha abbattuto Mubarak, Gheddafi e ci prova con Assad-jr. come se le autocrazie affondate non fossero altro che il prodotto storico di un agire dissennato, ondivago, di Europa e Stati Uniti verso il Medio Oriente.

Una politica dove sicurezza e stabilità del Mediterraneo venivano sacrificate alle ragioni del controllo degli approvvigionamenti energetici, alla tutela di partner ambigui, come le monarchie assolute del Golfo e di altri campioni di democrazia e di tolleranza. Regimi, questi ultimi, che arricchitisi sulle spalle dei loro stessi sudditi non disdegnano ancora oggi di usare l’arma religiosa per difendere la dubbia legittimità del proprio potere avallata in molti casi dallo stesso Occidente miscredente. Ma l’attentato sulla spiaggia di Hammamet non è solo un attentato contro l’Europa. E’ un atto di violenza condotto scientemente per far naufragare sulle sponde caotiche del Califfato anche la Tunisia e qualunque stato arabo che possa ricercare una propria via alternativa laica e democratica e porsi come esempio per gli altri.

La superficialità della politica estera occidentale, e il disinteresse americano ormai evidente nelle crisi del Medio Oriente e del Nord Africa, dimostra quanto ogni scelta sia stata fatta non in nome dei valori universali dei quali ci siamo riempiti bocche e palati in questi anni, ma nel cercare di tutelare interessi economici ben precisi. Una ennesima riprova di una politica estera del meno peggio, che ha fatto si che gli alleati trovati lungo la strada del rovesciamento di regimi non più necessari si trasformassero alla fine nei nostri avversari ringraziandoci per aver posto in essere una grande opportunità: quella di far riempire loro i vuoti di potere che si sono man mano creati.

Il sedicente Califfato, o l’Islamic State se è più piacevole una tale denominazione, risponde alla volontà di pochi potenti che ne sfruttano il radicalismo nel tentativo di mantenere in piedi le proprie monarchie e le proprie ricchezze dal pericolo di vere rivoluzioni democratiche che ne metterebbero in discussione la legittimazione stessa della loro guida. Arabia Saudita, Qatar, Emiri e Emirati uniti o meno uniti, sono sicuramente molto preoccupati che possa affermarsi un Islam moderato e laico, democratico, capace di redistribuire la ricchezza. Un Islam diverso, che possa diventare l’alternativa a chi ricorre alla paura del suddito perché consapevole della fragilità di un potere ottenuto senza lignaggio, senza storia come è accaduto per alcune monarchie del Golfo.

L’attentato di Hammamet è anche il risultato del paradosso statunitense ed europeo di quel nulla di fatto delle politiche mediorientali condotte in questi anni; dall’Iraq all’ Afghanistan, al fallimento delle primavere arabe. Un mix di incapacità e di furbizia politica mal supportata da una conoscenza vera e sincera delle realtà del mondo arabo. Piegata alle ragioni geopolitiche di una power politics che alla fine ha reso deboli le stesse potenze che l’hanno espressa. Rappresentata dalla volontà di provare ad abbattere Assad-jr in nome della democrazia favorendo al contrario l’ascesa di un’idea ancor più autocratica e intollerante come l’Isis.

Dal permettere, che un paese partner della Nato come la Turchia possa far si che una leadership debole come quella di Erdogan passi sopra una storia laica e comprima garanzie e diritti, usando il radicalismo religioso quale strumento di legittimazione personale ai danni dell’Europa e dei curdi. Dal considerare l’Arabia Saudita la 51° stella della bandiera a stelle e strisce senza mettere in discussione monarchie assolute come quella di Rijadh, che di democratico non hanno nulla. La religione è, quindi, solo lo strumento migliore, lo specchietto più adeguato per galvanizzare criminali senza patria e senza storia mentre, in realtà, lo scontro è politico. Ciò che vi è di religioso è solo quanto serve a nascondere e giustificare crimini che in altri momenti avrebbero scatenato le più forti reazioni della comunità internazionale.

Il disinteresse degli Stati Uniti verso il dramma curdo, l’indifferenza a perseguire l’Islamic State per crimini contro l’umanità dimostra quanto Washington si muova solo se vi è in gioco un proprio interesse, e non per valori universali da difendere come invece ha dichiarato in tutti questi anni. L’idealismo statunitense si confonde molto bene con il realismo più cinico e pragmatico. Quel realismo che distingue tra amici e nemici, tra vantaggi e svantaggi, tra interventismo e isolazionismo, tra ipocrisia politica e giustificazione giuridica a posteriori di azioni unilaterali costruendone il consenso sulla base di sentimenti e di emozioni sapientemente indirizzati verso un pensiero unico.

Ognuno di noi oggi si interroga su cosa possa esserci di meno legale e legittimante per impedire che si prendano iniziative contro l’Isis dichiarandone i capi criminali internazionali. Cosa ci sia di diverso tra l’essere intervenuti in Iraq o in Afghanistan, in entrambi i casi con artefatti e indiretti mandati internazionali, dal non poter intervenire a favore dei curdi o per evitare i massacri commessi in nome di un Dio blasfemo con se stesso. Oggi tutti ci chiediamo, di fronte a questa inspiegabile inerzia celata da un politichese diplomatico da vuoto pneumatico, perché non si chiarisca una volte per tutte chi finanzia e perché questi barbari del nuovo millennio.

Ed è questo che gli Stati Uniti, ormai giudici senza diritto nella comunità internazionale, dovrebbero spiegarci a noi europei, buoni servitori quando occorre. Perché, alla fine, anche se i morti in Tunisia non sono statunitensi, sono comunque vittime di un crimine contro ogni stato democratico e contro quell’umanità di cui gli americani ogni tanto dovrebbero ricordarsi di farne parte…Al di là delle convenienze. Al di là di ogni calcolo.


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