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Un “No” per dire “SI” ad una Nuova Europa

La Grecia ha detto di No. Ha detto di No alle richieste dell’Eurogruppo su come e in che termini abbattere il livello di indebitamento verso i creditori internazionali. Ovvero verso un gruppo, piccolo ma potente, di detentori della ricchezza mondiale capaci di influenzare se non dirigere le scelte politiche di uno Stato. Capaci, in altre parole, di ridurre la sovranità di un popolo ponendola alla stessa stregua di un qualsiasi debitore, come se le vite di comunità intere valessero nulla. Ma non solo.

La Grecia ha detto di No ad una Europa che ha trasformato se stessa da una idea politica in una struttura tecnocratica. Un’Europa snaturata dal suo ruolo, che ha rinnegato in questi ultimi anni i principi che erano stati posti alla base della ennesima costituzionalizzazione dell’UE con il trattato di Lisbona. La Grecia ha detto No ad una Europa che non piace a molti, troppi cittadini che rimpiangono la vecchia Comunità Economica Europea. Quella realtà economica e politica, quella forza importante che si affacciava sui mercati mondiali perché ogni Stato, pur operando con le proprie divise monetarie, poteva contare sul sostegno di questa grande comunità. Una comunità dove ogni Stato membro era parte, e come parte partecipava a sostenere politiche o a trovare rimedi nelle crisi per perseguire un obiettivo comune: crescita e benessere dei propri cittadini. Ciò che sosteneva l’idea di Europa di Schuman, di De Gasperi, di Monnet, di Adenauer, di Spinelli, di Spaak, di Bech e di molti altri era il pensiero che uno spazio comune, di libertà, di garanzia e di giustizia al di sopra degli Stati fosse possibile.

Uno spazio dove l’affermare la libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone erano già dei buoni motivi per sentirci parte di un continente che da sempre ha inseguito, pagando prezzi elevatissimi alla storia, una sintesi degli animi, delle fedi, delle culture superando le realtà imperiali, mettendo da parte tragici nazionalismi. L’adozione dell’euro, seppur utile in linea di principio ad un processo politico di integrazione se maturo e prioritario, ha determinato invece, uno spostamento verso un carattere finanziario della “nuovamente vecchia” Europa. Ha trasformato l’integrazione in un mero processo economico-finanziario disperdendone gli ideali, aprendo le porte agli speculatori ed esautorando di fatto gli Stati della sovranità monetaria; tutto questo non a vantaggio di un’Europa politica, ma a favore di un’Europa bancaria ostaggio dello spread e di altri azzardi speculativi. Ma il No greco è un No alla stessa Grecia ed a tutti i partner, Italia compresa.

E’ un No verso chi non ha difeso fino in fondo i principi alla base dell’idea di integrazione giocando poco onestamente le proprie scelte politiche, non facendo nulla per opporsi a questa comoda deriva per chi sapeva di potersi arricchire lasciando i cittadini a pagarne le conseguenze.

E’ un No a chi non ha difeso la dignità politica di un’idea e a chi ha permesso che l’Unione Europea si inchinasse, attraverso le sue banche, ai debiti degli istituti finanziari americani assumendosene il carico dopo averci prima guadagnato e poi rovinosamente pagato con le liquidità dei risparmiatori europei.

E’ un No a quei governi, anche greci, che hanno permesso la catastrofe dei derivati accondiscendendo gli interessi bancari nella totale compiacenza delle istituzioni europee che nulla hanno fatto per evitarne il ricorso da parte delle comunità in difficoltà.

E’ un No verso una Grecia che si è dimenticata del suo popolo ieri chiedendogli, oggi, di sostenere quanto avrebbe dovuto essere fatto da anni. Ed è anche un Si.

Un Si verso un’Europa nuova, politica, solidale, credibile, fortemente identitaria e non preda di poteri finanziari d’oltre oceano che tentano ancora una volta l’assalto alle nostre economie con il Trattato Transatlantico (TTIP).

E’ un SI per un rapporto nuovo tra Cittadino-Stato-Unione Europea che non si trasformi in una relazione contabile.

E’ un Si ad una nuova idea di Europa che ci restituisca la voglia e la sicurezza di sognare. Di poter credere in un avvenire giusto, equo e rispettoso della storia di tutti i popoli del continente.


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