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Obiettivo: (…ma quale) Unione Europea?

[…] La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt'altro – populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c'è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea.[…]
P.Ginsborg. La democrazia che non c'è. Einaudi. Torino, p. 17

Ci sono momenti di particolare illuminazione che colpiscono anche coloro che hanno cariche molto al di sopra dei comuni cittadini e che, per ragione del loro ruolo, vengono sempre visti come depositari, e non si comprende il perché, di una verità. Così è anche, a quanto pare, per Martin Schulz solerte Presidente del Parlamento Europeo che - in una intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale - con preoccupata enfasi sostiene la necessità di difendere l’Unione Europea da forze che vogliono dividerla, annullarne il ruolo e l’idea stessa che il continente possa continuare su una strada di cooperazione.

Ora, al di là delle singolari affermazioni del politico tedesco, credo che forse un quadro di insieme sia doveroso descriverlo per due motivi. Il primo, perché è fuori discussione la fragilità stessa che la tenuta dell’Unione presenta in questi anni, a causa di populismi favoriti dalle intemperanze dell’euro o per i nazionalismi che sembrano riprendere quota a fronte dei fenomeni migratori e delle paure interne attribuite alla minaccia terroristica. Il secondo, perché vi è una considerazione geopolitica che rimane senza risposta: quale ruolo l’Unione Europea vuole giocare seriamente e indipendentemente dagli Stati Uniti nel mondo.

Che gli andamenti dell’euro abbiano favorito una ripresa del fronte anti-UE credo sia indiscutibile, viste le crisi trascorse e che alcune tendenze elettorali nell’ambito dei Paesi partner hanno confermato. Che la paura delle migrazioni e dei pericoli che all’assorbimento di tali quantità di profughi possono derivare per le comunità ospitanti siano alla base di un fronte di euroscettici e altrettanto evidente. Tuttavia, per quanto rilevanti, non sono né l’uno né l’altro i veri motivi di preoccupazione per una idea che spesso, nella sua storia, si è trovata di fronte ad un punto di non ritorno. Ma è il saldo geopolitico. Ovvero, l’incapacità di non riuscire a guardare oltre. Oltre ciò che accade ogni giorno comprendendo che l’instabilità diffusa che avvolge il continente europeo è il risultato di un modello di depotenziamento delle nostre capacità di agire nel sistema internazionale con unità di intenti e di affermare un soggetto competitivo e indipendente nelle scelte economico-finanziarie.

Migrazioni di massa, instabilità nel Mediterraneo, terrorismo sono strumenti di strategia indiretta che possono rispondere ad una volontà di controllo nel dividere coloro che avevano scelto nell’unità di competere, di affrancarsi da pensieri economici il cui fallimento è stato pagato con una crisi finanziaria maturata oltreoceano e “scaricata” in Europa. Gli Stati Uniti giocano con molta ipocrisia e lucidi obiettivi nel nostro spazio fingendo di arginare i fenomeni che ci preoccupano solo perché - nell’incoraggiare indirettamente le derive nazionalistiche, e non agendo sulla instabilità e sulla paura - tendono a impedire ogni possibile idea di distacco dalla loro visione globale di un sistema politico ed economico apparentemente liberista. Gli Stati Uniti vivono in una economia ingessata su una scarsa produzione industriale - tranne quella militare - ancorata alla finanza. Soffrono di un debito pubblico non dichiarato nei termini reali e costantemente in crescita a causa di politiche di potenza dispendiose. Un debito che ha determinato una esposizione finanziaria che si è risolta in una crisi di liquidità paragonabile a quella del 1971 che dopo la guerra del Vietnam determinò il crollo del gold exchange standard e la fine della convertibilità in oro del dollaro.

Una Unione Europea economicamente e politicamente capace di muovere i suoi passi da sola è un pericolo per la finanza a stelle e strisce che vede più di un terzo del circolante verde ben custodito in banche d’oltreoceano, soprattutto in Asia. Aggiungere alle capacità della Cina di assumere il ruolo di guida nel Pacifico e all’assertiva politica estera ed economica della Russia che difende i propri mercati, le proprie riserve energetiche e le materie prime un altro concorrente come l’UE significa rischiare il collasso economico e strategico. Gli Stati Uniti sono consapevoli di essere una potenza che si muove su un terreno poco solido, che rischia di perdere nel mercato preferenziale - a senso unico - come quello europeo anche la leadership politico-militare in Europa e nel mondo.

A questo punto, si potrebbe suggerire a Schulz, e a molti eurounionisti, di rileggere e riflettere sul pensiero di un socialista come Pertini per decidere come e perché cambiare rotta se si vuole ancora difendere una casa comune: […] Ormai a tutti è noto che l'Unione Europea e gli organismi derivanti dal Piano Marshall non sono l'espressione spontanea della volontà e delle esigenze dei popoli europei, bensì sono stati artificiosamente creati con lo scopo politico di fare d'un gruppo di nazioni europee uno schieramento in funzione antisovietica, e con lo scopo economico di fare dell'Europa Occidentale un campo di sfruttamento della finanza americana. […].


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