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La grandeur sans la grandeur…

Macron insediamentoCi sono molti particolari che spesso contraddistinguono un momento o una persona. E ci sono altrettanti aspetti che sono tipici di una cultura e di un sentimento che definisce in maniera chiara il proprio stato d’animo e la propria rappresentazione di se. Ma per la Francia c’era una sola parola, un aggettivo in fondo, che sembrava accomunare i francesi sino ad essere visti come qualcosa di diverso anche dagli altri europei, quasi fossero espressione di una dimensione metapolitica che nel distinguo li rendeva capaci di dettare condizioni sino a qualche anno fa: la grandeur.


Per la Francia il senso della grandeur è qualcosa di più di un semplice stato d’animo da memoria calcistica, è, o forse lo è stato, un distinguo necessario per attribuire alla sua storia non solo una singolarità che ne fa una delle nazioni più antiche, ma una realtà politica che tenta di collocarsi al centro di un’idea di Europa che la antepone ad ogni esperienza comunitaria. Lo è stato con de Gaulle nella scelta di non far parte della alleanza militare pur essendo, la Francia, firmataria del trattato atlantico. Lo è stato nelle riserve espresse, sempre da De Gaulle, sull’ingresso di Londra nella Comunità Europea ritenendo la Francia gaullista che Londra non fosse interessata ad una Europa delle patrie, ma più a spostare il baricentro eurounionista sull’aspetto finanziario utilizzando i vantaggi commerciali della partecipazione al mercato comune senza per questo derogare alla sovranità della sterlina (cosa che poi, in effetti, accadrà).

Si potrebbe dire che la concezione della grandeur francese alla fine possa essere spiegata in una sola frase che non ha nulla di destra o di sinistra, quella di un de Gaulle per il quale […] “…Signori, la Francia, per diventare la Francia, ha speso sei secoli di Storia e di sangue, e sessanta Re. E ora dovrebbe contentarsi di ridiventare un pezzo d'Europa, e basta? …[…]. Direi che tale riflessione non sia ancora oggi fuori luogo soprattutto se la si associa ad una ulteriore riflessione che da contraltare ne conferma il senso e il sentimento: […] “…La Francia della mia infanzia e della mia educazione è morta. Mi sento un'immigrata nel mio stesso paese, diventato un territorio straniero…” […] di una Brigitte Bardot che di certo non era molto avvezza al gioco politico. Ebbene, in questo scorcio di estate, dopo le euforiche dimostrazioni di affetto politico per la vittoria di Macron, sembra che sia proprio la grandeur francese a ricollocare il gioco politico dell’Hexagone al centro di una polemica che non sarà di poco conto e non si esaurirà solo con le dimissioni del Capo di Stato Maggiore dell’Armée de Terre, il generale Pierre de Villers.

Il gioco ad essere espressione di una Francia moderata e democratica, che superasse le superficialità di Hollande sicuramente ha prodotto un risultato apprezzabile, ma non certo dotato di longevità. La Francia si è trovata di colpo stretta non solo nella morsa del terrorismo islamico che ha posto in discussione la multietnicità da rendita coloniale nel quale essa convive da decenni, ma anche nel rischio di franare nell’eccesso del nazionalismo esasperato della Le Pen. In questo tentativo di salvare il salvabile la spiaggia Macron si era rivelata l’unica sulla quale approdare ma rischia, oggi, di essere quella meno indicata. Nessuno in Francia, siamo seri, vuole rinunziare al senso della grandeur che sia di destra o di sinistra. L’orgoglio nazionale non è certo di monopolio della Le Pen o di altri leader.  E’ qualcosa che fa della Francia ciò che è, o potrebbe fare della stessa ciò che non sarà più. Il moderatismo di un burocratese corretto di certo ha pagato e bene in campagna elettorale. Ma i conti si fanno sul campo e il generale de Villers i conti li ha fatti e bene. Macron poteva essere un ottimo funzionario della Pubblica amministrazione, ma difficilmente potrà essere un nuovo De Gaulle, o uno Chirac o, per par condicio, un Marchais che per onore della grandeur della Francia si inventò l’’eurocomunismo, la via francese ad un comunismo lontano da Mosca.

La Francia oltre a vivere di un multiculturalismo e di una multietnicità della porta accanto ha importanti impegni oltre mare di cui si assume l’onere in prima persona, senza ricorrere all’ombrello della Nato nella cui organizzazione vi è rientrata nel 2009 dopo ben 40 anni di fai da te. La credibilità della Francia, resa fragile e insicura, da Hollande, si giudica nei successi nelle sue operazioni militari quanto nell’efficacia nella lotta condotta al terrorismo. Ma la sicurezza, avanzata o interna che sia, ha dei costi. Costi che non sono negoziabili in termini di un burocratese politicamente corretto. In queste dimissioni la Francia rischia di rendere fragile la sua grandeur e con essa la sua credibilità, e Macron di presentarsi come l’anello debole di un disegno che forse qualcuno avrà già pensato di intravvedere in un futuro non molto lontano, grandeur nonostante, trasformandosi in una sorta di controfigura di Hollande.



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