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Referendum olandese e dubbi europei

L'Olanda non ci sta più. È pronta a dire addio alla moneta unica Il risultato negativo del referendum olandese, che va ad aggiungersi alla medesima, negativa, pronuncia dell’elettorato francese, sembra segnare una sorta di corso quasi irreversibile di caduta verticale del testo costituzionale. In verità le consultazioni referendarie non pregiudicano il processo di integrazione, che come tale appartiene alla volontà dei popoli europei.

Sicuramente esse rappresentano un momento di riflessione significativo sul futuro dell’integrazione continentale, sulle aspettative dei popoli e sulle capacità di guida democratica dell’Unione stessa. Qui non si tratta di essere solo contro gli euroburocrati. Tantomeno di guardare a una centralizzazione e dispersione del livello di partecipazione delle singole nazionalità al processo decisionale.

Il problema, semmai, è di definire quale assetto si vuole attribuire all’Unione europea, quale ruolo politico nel mondo essa dovrà assumere e quali garanzie di spostamenti verso partner più forti potranno essere date alle comunità che, gelose dei loro standard di vita, certamente si guardano bene dal rimetterlo in discussione nell’interesse altrui, ed è il caso dell’Olanda. Sì perché, in effetti, da qualunque angolo si vogliano leggere i risultati, la paura olandese è lo spostamento del baricentro dell’Unione verso Est con il rischio, per le comunità a miglior qualità della vita, di dover pagare il prezzo dell’adeguamento economico dello spazio così allargato.

In tutto questo, insomma, vi è anzitutto un problema di credibilità politica delle leadership oggi al potere negli Stati che rappresentano il nocciolo duro dell’Unione europea: Francia, Germania, Italia e Regno Unito. Vi è poi l’interrogativo sul ruolo dell’euro e sulla sua concreta forza sui mercati mondiali dal momento che esso, con i suoi andamenti, fa si che il tenore di vita dei Paesi membri sia dipendente dal grado di competitività che ogni singola comunità nazionale può esprimere. E, ancora, il dubbio sull’atteggiamento americano nei confronti del processo di integrazione continentale. E cioè se il referendum francese sia stato una mancata opportunità per un’Europa forte, utile e funzionale alla politica estera degli Stati Uniti per avere un sostegno mondiale nella promozione di un’economia capace di competere con il modello asiatico oppure, al contrario, una contropartita mistificata dal voto, rivolta a indebolire un possibile interlocutore alternativo a Washington e rappresentativo di un altro Occidente.

Queste sembrano le conclusioni più immediate. E queste, in fondo, sono le valutazioni che dalla Thatcher in avanti, sopravvivendo fra scetticismi conservatori e dubbi laburisti, hanno fatto sì che Londra si sentisse europea a metà e che permettono a Blair, oggi, di non assumersi alcuna responsabilità politica che non vada oltre delle dichiarazioni di partecipazione ma non di decisione, affermando che si può essere unionisti senza pagare in euro. Un’autonomia nazionale, quella di Londra, espressa in un contesto di partecipazione condivisa che non può non giocare ad aumentare il dubbio, olandese francese, italiano, sulla volontà sincera di procedere “uniti nella diversità” verso un destino comune.


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