Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Guerra a metà, pace a metà

31 marzo 2004. In onda la battaglia di Fallujah. Violenza, armi proibite, la polemica sulle bombe al fosforo e il dolore senza tregua.

FallujahIl senso della brutalità di una guerra giunge sempre dopo gli eventi più appariscenti, quelli per intenderci che dimostrano la potenza delle parti, o la presunta capacità di esercitare la forza secondo canoni ortodossi di regole scritte secondo un diritto o secondo lealtà e onore fra combattenti o sulla mera logica del più forte. Ma al di là della condotta di un’operazione bellica la capacità di affermare un nuovo ordine da parte del vincitore rappresenta sempre la sfida più onerosa in termini di risorse e di capacità politica. Tutto questo perché - a volte inconsapevolmente o forse per credito di potenza, soprattutto di fronte a una direzione politica che cerca un successo immediato - la condotta delle fasi del post-conflitto rappresenta una situazione successiva, forse non rilevante in termini immediati di condotta delle operazioni ma fondamentale per il futuro.

In questa riflessione concettuale, la violenza, non comprensibile e non spiegabile nemmeno con i princìpi del combattimento, esplosa a Falluja è emblematicamente il simbolo di quanto, al di là dell’irrilevanza di ogni polemica sulla legittimità o meno dell’intervento in Iraq, le regole della guerra siano semplici, chiare e strategicamente vincolanti. La guerra è violenza. È esercizio della violenza da parte di un’entità politica volta ad affermare la propria volontà, un proprio interesse ritenuto essenziale, vitale, su quello di un’altra. E se la guerra è violenza, in un’escalation dell’uso della forza, simmetrico o meno che sia, la violenza, svincolata dalle inibizioni politiche, genera violenza e il suo controllo può essere solo il risultato di una vittoria politica, definita negli obiettivi, chiara nei risultati e negli effetti.

L’episodio di Falluja dimostra, nella sua agghiacciante umana mostruosità, come non possa esservi che un vincitore nella condotta di un conflitto e che le regole successivamente imposte tendono a eliminare ogni ulteriore crescita della violenza che irrimediabilmente potrebbe rivolgersi contro il vincitore proiettandone le forze nel caos. Potremmo rispolverare il testo di Clausewitz e affermare che l’unica vittoria possibile, se si crede nell’uso della forza militare, è l’annientamento del nemico. Nulla di più vero, ma ne resta fuori l’annientamento politico. Il bilanciamento fra l’azzeramento di una forza militare e l’azzeramento di un regime non sono necessariamente coincidenti. Possono svolgersi in parallelo, ma una convergenza fisiologicamente definita non è una regola.

La stessa condotta delle operazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, la prassi delle Conferenze, da San Francisco a Teheran, a Yalta e a Potsdam, aveva già come oggetto la regolamentazione del post-conflitto, del nuovo ordine che sarebbe stato, conflitto durante. Una necessità nata dalle lezioni apprese dalla provvisorietà di una vittoria mal gestita dopo il primo conflitto mondiale. Bush-jr rischia di pagare un prezzo troppo alto per la mancata volontà del padre di abbattere il regime di Saddam nella prima guerra del Golfo. Una guerra, la prima, di coalizione, con una legittimazione oggettiva che avrebbe definito e disciplinato in termini immediati la realtà politica del post-conflitto. Ma il mancato azzeramento della forza del Baath, in assenza di un leader spendibile e considerata la poca simpatia verso l’Iran, ne hanno dimezzato la portata della vittoria e prolungato l’egemonia di un dittatore e l’appeasement dell’Occidente verso Baghdad.

Così oggi il dramma teorico della vittoria attraverso la democrazia si gioca nella ricerca di una soluzione apparentemente politica in una realtà non stabilizzata, dove l’assenza di un ordine non garantito sin dalle prime ostilità allarga l’ombra e l’intensità della violenza sino ai livelli minimi dell’umana comprensione. Intendiamoci. Nella nostra tolleranza scoperta sull’incapacità di gestire l’altro avremmo detto, presi singolarmente ognuno degli iracheni macabramente festanti, che non sarebbero certamente stati capaci di tanto, soprattutto i bambini. Ma oggi, dovremmo chiederci il contrario: perché sono stati capaci di tanto? A Falluja come in Somalia. La risposta non è semplice. Si può provare a essere comodamente salomonici o nascondersi dietro un conveniente manicheismo dell’ultima ora.

Ma la pace è realisticamente una, e a volte l’unica, delle conseguenza di una guerra. Però la guerra genera violenza e la violenza odio. Per questo è nel cercare di affrontare i termini e i significati dell’odio che eviteremo altre Falluja o altri Mogadiscio o le epurazioni etniche di rito balcanico o ruandese. Tutto questo richiede una credibilità politica nell’ordine del post-conflitto che deve, doveva già essere strategicamente determinata. Con la forza, se necessario, meglio se all’interno di un quadro di legittimità giuridica anche, ma che doveva affermare un’autorità per la quale il nuovo ordine vale per tutti. Per questo sarebbe opportuno ormai evitare un pacifismo di maniera e dotarsi di un realismo responsabile: i militari, nella capacità di condurre le operazioni e di dominare il terreno senza vuoti d’autorità; i politici nella chiarezza degli obiettivi da conseguire. Entrambi ispirati a un senso di realpolitik a volte spiacevole da dichiarare ma le cui responsabilità negli effetti non possono essere affidate a speculazioni astrattamente metafisiche sulla pelle dei soldati in campo e dei valori occidentali appesi a un ponte.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.