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L’Occidente e la guerra di Bush-jr

George W Bush, 43º presidente degli Stati Uniti d'AmericaLa guerra rappresenta certamente l’espressione più dura e concreta della forza di uno Stato. Essa rappresenta, altresì, uno strumento attraverso il quale far valere le proprie ragioni, o i propri interessi, quando la politica fallisce ed ogni tentativo di comporre una controversia si presenta vano. L’Occidente, in genere, fa della guerra uno strumento a cui ricorrere soltanto quale ultima istanza. L’ultimo momento dove un diritto leso potrà trovare una legittima soddisfazione e tutela di fronte ad un interesse protetto da una norma internazionale violata. Ciò rappresenta il punto di arrivo di una conquista di civiltà politica e giuridica alla quale si è giunti dopo due conflitti mondiali che hanno inciso profondamente sulla coscienza collettiva delle democrazie europee.

La campagna anti-Saddam poteva avere un senso allorquando il dittatore di Baghdad fu responsabile dell’invasione del piccolo emirato del Kuwait. Un’aggressione chiara, oggettiva, una condotta criminosa che violava il diritto internazionale, che non poteva trovare una valida argomentazione in pretese territoriali di nessun tipo se non l’essere stata una provocazione verso un Occidente imperialista, di fronte ad una volontà di egemonizzare una regione geopolitica d’interesse, arginandone la presenza iraniana. Per questo, per affermare il diritto del piccolo Stato ad essere tutelato e garantito nella sua indipendenza, si riuscì nel cuore del mondo arabo a creare una coalizione senza pari nella storia: arabi, Stati Uniti e paesi occidentali uniti nella lotta contro uno Stato aggressore.

Oggi, seppur di fronte alla legittima necessità di combattere il terrorismo, l’aggressore Saddam è ancora in auge. Bush-padre non preoccupandosi allora di sostituirlo, per ragioni di equilibrio geopolitico, ha pensato bene di lasciarlo al potere. D’altra parte, con quale diritto giuridicamente sostenibile avrebbe potuto rimuoverlo? In fondo anche Saddam rappresentò bene il ruolo richiestogli di argine dell’Occidente di fronte al ciclone khomeinista. Bush-Jr tenta, oggi, la carta della guerra all’Iraq per riaffermare il ruolo di leadership degli Stati Uniti ma, soprattutto, per difendere un interesse nazionale dettato dal controllo degli approvvigionamenti energetici di fronte all’instabilità che il mondo islamico presenta.

Nonostante tutto, però, G.W. Bush sembra muoversi con un’elefantiaca sensibilità non comprendendo che la forza delle armi non abbatte gli animi, ma rischia di esacerbare il rancore arabo-islamico di natura fondamentalista. Il Medio Oriente non è una regione facile. Non lo è per gli stessi arabi divisi come sono da interessi di piccole comunità e di pochi regnanti, di fronte ad una massa di pariah che crede di trovare in un Islam senza tempo la soluzione a qualunque problema. Il rischio che ci si impantani nelle sabbie mobili e vischiose dell’Oriente prossimo annullerebbe non solo la capacità operativa dell’Occidente, ma ne svilirebbe ogni possibilità di azione diplomatica già di per sé esigua, se non mortificante giocata dall’Unione europea.

Un’Europa che stenta anche in questa occasione a presentarsi come identità politica, che incassa lo schiaffo di Sharon(1) dell’aprile scorso, che non offre alternative proprie se non affidare al carisma e alla leadership trasversale franco-russo-tedesca la difesa di un diritto e la dichiarazione dell’antigiuridicità dell’azione statunitense che non può coprirsi dietro la richiesta di reiterazione di risoluzioni delle Nazioni Unite nell’attesa che prima o poi ne sia adottata una più compiacente ad un attacco militare già deciso. Forse è giunto il momento di riaffermare la necessità che il diritto internazionale sia un nuovo diritto, un nuovo sistema di norme che difenda un interesse prevalente e dominante.

Che ai crimini internazionali, i crimini di guerra e contro l’umanità, sia sottesa l’oggettiva tutela dell’interesse internazionale al mantenimento della pace e della sicurezza della comunità internazionale. Forse è giunto il momento di capitalizzare l’insegnamento dell’undici settembre, sciupato da Bush Jr, che il terrore si combatte prima di tutto con la forza del diritto. Che l’attacco preventivo possa significare l’esercizio di un diritto di legittima difesa altrettanto preventiva non rappresenta una possibilità giuridica offerta dalle norme di diritto internazionale. La differenza fra l’uso arbitrario delle proprie ragioni e la legittimità dell’uso della forza richiede una tutela immediata di un diritto immediatamente ed incontrovertibilmente in pericolo, dichiarato come tale dalla comunità internazionale.

Solo su questi presupposti giuridici ogni intervento potrà essere legittimo. Solo in ragione di un consenso espresso e diffuso di autorevolezza del diritto si potrà costruire una democrazia mondiale, e nulla Saddam o altri potrebbero di fronte alla limitazione legittima della sovranità di uno Stato criminale. Una limitazione nell’esercizio di un potere che violando norme comuni dovrà sottostare all’imperio di un diritto, alla necessità che sia prevalente la tutela e la garanzia dei diritti riconosciuti e alla certezza della punibilità quale responsabile della violazione commessa. Diritti il cui titolare dell’interesse protetto dovrà essere la comunità come tale e ancora questa l’unica legittimata ad agire sanzionando la condotta criminosa di uno Stato che ne viola le norme.


(1)  Nel 2000 Ariel Sharon dichiarò di non ritenersi offeso per lo schiaffo di Ehud Barak e affermò di essere ancora pronto, disponibile, per realizzare su basi chiare un governo di unità nazionale. Per Sharon : “[…] In Israele tutti vogliono la pace, ma per me pace significa sicurezza per i cittadini e non limitata a un breve periodo […]”.



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