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Comunicare per vincere

Quando la “nuova” guerra corre sulle parole.

L’attacco angloamericano all’Afghanistan, o, forse meglio e più spendibile, ai talebani, rappresenta il punto di arrivo di una guerra diversa. Di una nuova concezione delle operazioni militari di affermazione di interessi storicamente non conciliabili, né diplomaticamente né politicamente, attraverso la capacità di proiettare i propri valori guida nell’intimo dell’opinione pubblica mondiale con una campagna di informazione. Conquistare l’immaginario collettivo, da una parte e dall’altra, rappresenta il vero obiettivo da perseguire per raggiungere l’affermazione di sé o soccombere per incapacità dialettica di confronto. La guerra annunciata, e risoltasi nell’avvio degli attacchi di domenica scorsa, non è una guerra simmetrica e tradizionale.

Non si tratta di proporre analisi sull’andamento delle operazioni o sui sistemi d’arma utilizzati. Lasciamo questo agli “esperti” militari. Essa rappresenta - e il discorso di Bin Laden trasmesso da Al-Jaazira, seppur registrato, lo dimostra - una sorta di antagonismo fra modelli di vita che dalla formalità dei valori promossi trasferisce sul piano operativo una contrapposizione culturale storicamente affermatasi e favorita, oggi, e per superficialità dell’Occidente, dalla fragilità degli Stati islamici e dal deficit di democrazia che questi presentano: primi fra tutti i cosiddetti Stati arabi moderati filoccidentali nella loro dimensione di petrol-oligarchie nelle migliori ipotesi, o petrol-monarchie nella regola. Frequenza, intensità, quantità e qualità della violenza espressa diventano gli elementi di comunicazione.

La logica terroristica non ha limiti di ideologia politica e, nella realtà odierna, non ne ha soprattutto quando a monte vi è un’architettura ideologica integrale offerta da una struttura religiosa che non riconosce lo Stato ma la nazione islamica. Ma, soprattutto, comunicare con le azioni su obiettivi politicamente remunerativi crea un network popolare difficilmente controllabile al punto che nessuna censura o silenzio stampa o negazione di immagini potrà fermarlo nella società della rete. L’assenza di società intermedie e l’impossibilità di dialogare con le classi marginali pone l’Occidente in svantaggio rispetto a chi della comunicazione ne fa un uso strategico e determinante su coloro i quali hanno minor accesso allo sviluppo e alla verità, se si vuole. Aver sottovalutato le classi più deboli dell’integralismo o del dissenso, il non aver saputo confrontarsi con le masse sciite e contenuto l’ascesa di Khomeini, o il non aver saputo annullare la capacità di azione politica di Saddam Hussein, e non quella militare, inutile per chi è avvezzo alle sconfitte sul campo e ne fa elemento di favore, rappresenta il limite ulteriore della società occidentale che crede nell’informazione.

Per questo, il controllo dell’informazione deve rappresentare non una falsa censura ma, al contrario, una reale presentazione di un’affermazione ideale di principi che non vanno difesi con dichiarazioni stantie e poco opportune quanto con l’esempio di offrire un’alternativa democratica per la soluzione delle crisi. Una giusta informazione e una giusta promozione di un modello di governo della politica e dell’economia mondiale deve valutare gli effetti di ogni scelta e investire sul consenso diffuso all’interno di ogni singola comunità. Non si può attendere per riqualificare se stessi, agli occhi della comunità internazionale e delle masse più povere, l’avvio di una campagna militare.

La forza è necessaria ed è comunicazione, ma non è detto che sia la forma vincente o il solo mezzo con cui affermare un principio, di diritto o di religione. È nel coinvolgere le classi più deboli, nel saper comunicare con coloro che oggi sostengono l’azione terroristica come forma di affermazione di una dignità perduta o dimenticata. Nel sottrarre, offrendo valori nuovi e compatibili, le masse fondamentaliste alla dialettica integralista dello sciismo più estremo. Per questo, forse, al di là di ogni dichiarazione, e di ogni censura opportuna o meno che sia, ritorna una frase di Churchill: “[…] in tempo di guerra la verità è così preziosa che dovrebbe essere sempre protetta da qualunque menzogna […]”. Non offra l’Occidente, con i fatti e le azioni politiche, anche questa volta, occasione a Bin Laden e ad altri di dire a chi ha necessità di essere capito e difeso, la propria, unica, verità.


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