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Alla ricerca di un ordine perduto

Torri Gemelle, il mondo, gli Stati Uniti… tre giorni dopo.

11.09.2001 Attacco alle torii gemelleLe immagini continuano a scorrere e le analisi altrettanto. Il tutto, fra un talk show, le testimonianze e la rete dei network che dimostra, quest’ultima, nel suo real time, la potenza di proiettare ognuno di noi al centro di qualunque evento, dovunque questo si manifesti, dovunque noi ci dovessimo trovare. Ci si domanda quale sarà la reazione americana, chi sarà colpito e in che modo, quale il livello di coinvolgimento di partner o alleati, per l’Occidente, e chi potrà sostenere uno sforzo globale di tutela della sicurezza di una comunità internazionale polverizzata in tante, piccole comunità politiche non più rappresentabili solo dalle organizzazioni internazionali: Nazioni Unite comprese.

La verità è che finita l’era della deterrenza nucleare, motivo di un ordine fondato sul terrore di uno scontro fra titani, si assiste ad un aumento della relazionalità, ad una moltiplicazione degli attori internazionali che non sono più gli Stati ma le singole comunità. Quelle comunità dotate di una cultura omogeneamente alternativa e di un sistema politico proprio di organizzazione della vita sociale al loro interno. Non solo. Ma se ancora qualcuno, nell’era dell’internazionalizzazione dei mercati avesse dei dubbi, l’attentato alle Twin Towers dimostra come la distanza fisica fra culture diventa irrilevante. Un antagonismo che viaggia su Internet, che crea una sinergia fra la rete telematica e la rete umana delle relazioni all’interno delle singole comunità, diventa il vero, invisibile, protagonista della conflittualità del nuovo secolo.

In un sistema internazionale caratterizzato da una sofferenza per deficit politico di guida, un’Unione europea che stenta a dotarsi di una propria politica estera necessaria per mediare nel Mediterraneo ed esserne protagonista, approfittando del fallimento storico dell’ideologia collettivista, l’unica che poteva adattarsi in termini occidentali ad un mondo integrato quale quello islamico, l’Occidente ricerca la sua leadership nel panorama internazionale. Di fronte ad una ricchezza che non cresce più nei paesi industrializzati di un tempo e una percezione strategica virtualmente definita in procedure classiche di controllo di minacce unidirezionali, il limite della politica occidentale lo si rinviene nel non aver compreso, ancora oggi, una crisi che si muove in più direzioni.

La denazionalizzazione delle comunità e l’alta permeabilità dei confini degli Stati che consentono a chiunque di portare la propria violenza dietro l’angolo di casa non hanno ancora convinto né gli Stati Maggiori Occidentali, né la politica che evita, o sposta forse per opportuno timore di esporsi su argomenti non facili, che l’integrazione e la credibilità regionale rappresentano due momenti utili per dotarsi di una leadership. Una leadership che possa dirigere le relazioni d’area oggi in mano a chi, pur nella sua semplicità ma acuta capacità organizzativa, riesce con poco a piegare giganti militari ed economici. Il problema, quindi, non sarà quello di come rispondere e quanto e quale dovrà essere la risposta e in che misura dovrà essere condotta un’eventuale operazione militare per affermare la superiorità e la democraticità dei Paesi colpiti, direttamente per gli Stati Uniti, e indirettamente per gli alleati/partner occidentali.

Al contrario, è come realizzare un ordine nuovo che possa, nella partecipazione degli Stati della comunità internazionale, creare le condizioni politiche, prima che militari, per prevenire manifestazioni di violenza favorite sempre di più da un inarrestabile flusso migratorio, da una dematerializzazione dei valori a favore delle performance economiche e dal ridimensionamento del livello di guida dello Stato. L’interiorizzazione delle crisi, il portare l’attacco e il messaggio politico alternativo anche con la più efferata azione criminale rappresenta la minaccia del futuro. Una minaccia che trova la sua competitività nella differenziazione e nell’alternativa dei valori proposti quale elemento politico di confronto. All’Occidente questa volta, e alla sua compattezza, la risposta politica.


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