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Di Tregua in Tregua

striscia di GazaSembra che finalmente, dopo una serie di attacchi condotti da Israele nella West Bank, meglio nota come “striscia di Gaza”, la tregua, l’ennesima, sia un’altra volta prevalsa. Un nuovo momento interlocutorio all’interno del quale pare sia possibile credere in una soluzione, anche se provvisoria, di una crisi che si riproduce puntualmente in un quadro di instabilità politica e sociale al centro del quale si trova Israele. Un quadro complesso, articolato, dove i protagonisti non sono solo i movimenti come Hamas, ma gli attori di sempre: le autocrazie arabe e Israele. Se il concetto di guerra può sembrare desueto, e forse anche insufficiente per definire un’operazione condotta militarmente all’interno dello spazio israeliano e palestinese nell’autonomia limitata riconosciuta all’Autorità Nazionale, certo è che le varie ipotesi formulate dai commentatori e analisti del momento si sono succedute sempre secondo il solito copione del nostro orizzonte mediorientale.

Tra tutte, però, si potrebbe dire che l’ipotesi più accreditabile è che la tregua finita, al di là della sua provvisorietà, sia stata un’opportunità per Israele e per il mondo occidentale dal momento che essa è servita, nonostante l’evidenza, a rideterminare in qualche modo gli assetti delle relazioni regionali e a riorganizzare le capacità militari israeliane cercando di offrire una prospettiva più chiara dei limiti e dei ruoli degli attori. Nel primo caso, essa è stata utile per rafforzare le relazioni con il Cairo evitando che la crisi in West Bank potesse raggiungere l’Egitto politicamente debole, con un’autocrazia in bilico tra correnti riformiste dissidenti e un fondamentalismo autoctono consolidato.

Infatti, la possibilità di interazione politica espressa dal Cairo e da Tel Aviv ha permesso di valutare il vero grado di coinvolgimento degli stessi regimi arabi nel gioco strategico mediorientale contemporaneo con un’evidente distinzione fra possibilisti, ancorati al mantenimento di uno status quo per la propria sopravvivenza politica, Egitto e Giordania soprattutto, e protagonisti non revisionisti quali Siria e Iran. Così, infatti, alla tregua e al controllo esercitato da Israele sulla realtà interna, politica, dell’Autorità Palestinese e sui movimenti integralisti come Hamas, Il Cairo ha risposto con la garanzia di non aprire il valico di Rafah tra Sinai e West Bank. Nel secondo caso, la tregua ha permesso a Tel Aviv di rimediare al disordine strategico e tattico manifestato nella condotta delle operazioni nel Sud del Libano con una disastrosa campagna terrestre i cui errori lo Tzahal (l’esercito di Israele) non vorrebbe più ripetere. Una condotta che, nella sua disarticolata manifestazione, non solo non ha conseguito l’obiettivo di distruggere Hamas ma, al contrario, ne ha provocato un accreditamento ulteriore nei Territori al punto da permettere al movimento di diventare l’ago della bilancia nella definizione degli equilibri interni alla stessa Autorità Nazionale Palestinese.

Il risultato complessivo della fine della tregua è che la ripresa degli attacchi voluta da Hamas diventa un momento che si aggiunge e favorisce un processo di dilatazione delle crisi che coinvolge non solo l’Iraq di ieri e di oggi, ma somma l’incapacità dell’Occidente di stabilizzare l’Afghanistan e la debolezza dei regimi egiziano e giordano con la comoda ambiguità politica dell’Iran e della Siria. L’amministrazione Bush ha investito tutto il suo potenziale politico e militare, oltre che economico, nella guerra al terrorismo come global war dove la sconfitta della minaccia nella sua polverizzazione di sigle ed anime avrebbe dovuto evidenziare, a conclusione dell’ intervento in Iraq, tutta la capacità di azione politica e militare esprimibile da Washington nel Golfo Persico come nell’Asia Centrale. Ma in Medio Oriente il potere coercitivo nell’imporre la pace e dare il via ad un processo di democratizzazione con il raggiungimento di una normalizzazione delle relazioni tra gli Stati arabi ed Israele rimane ancora una volta l’unica possibilità.

Ancora oggi, infatti, nonostante Washington lasci ad Israele il compito di gestire il fronte mediorientale, per Tel Aviv si tratta di vincere come nazione l’ultima vera guerra: quella per la pace nella coesistenza abbattendo ogni minaccia diffusa nelle anime del fronte arabo interno. Un fronte particolarmente sensibile al fascino di Damasco e di Teheran. Hamas nella Striscia di Gaza e Hezbollah in Libano sono strumenti di strategia indiretta particolarmente efficienti, soprattutto nel momento in cui più che la loro dimensione politica, rivelatasi scomoda e non pagante nella stabilizzazione interna, è quella militare che si rivela come una soluzione sempre operativamente valida per rendere vulnerabile ogni progetto di stabilità politica.

Questa, forse, l’azione politica che le parti del Quartetto (Stati Uniti, Unione europea, Russia e Nazioni Unite) dovrebbero considerare valutando non solo i risultati di una nuova tregua, ma la composizione futura delle relazioni d’area e la vera “volontà” dei coprotagonisti arabi di voler rendere più sicuro e dialogante il quadro politico mediorientale. Una scelta determinante se si vuole evitare che altri Stati affidino ad Hamas e Hezbollah il compito di far sopravvivere regimi deboli nelle idee ma forti nell’esercizio del potere. Per questo, ciò che la comunità internazionale si aspetta è una definizione certa dello statuto dell’Autorità Nazionale Palestinese, del suo ruolo politico, ma anche una chiara volontà di Tel Aviv di affrancarsi da un’idea integralista di Stato che ottiene sempre meno consensi nelle menti più nobili di un ebraismo cosmopolita per porre fine a strategie di tregue “end to end”. Strategie che allungano i tempi della pace per assenza di autorità e di autorevolezza di un mondo, quello occidentale, sempre più comodamente spettatore e di un universo arabo che guarda alla ricchezza dei regimi affidando l’uso della miseria alle lusinghe di Hamas.


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