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La Paura di un nuovo Kippur

Come stiamo osservando di ora in ora gli avvenimenti in Medio Oriente e in particolare nella Striscia di Gaza e nei territori al confine con il Libano meridionale dimostrano quanto possa essere possibile una tregua, un cessate il fuoco. Ma dimostrano anche, quanto possa essere fragile una qualsiasi scelta interlocutoria che miri a rallentare la progressione di un conflitto aperto che, nell’ottica di Israele, si presenta come una guerra totale contro Hamas. Una guerra che per Tel Aviv non può concludersi con risultati provvisori. Un conflitto che per i fondamentalisti non è negoziabile senza far perdere ad Israele, e con esso all’Occidente, la credibilità politica e militare nella regione.

La ripresa dei combattimenti, la volontà di Tel Aviv di non perdere questa volta conseguendo vittorie a metà, pur concedendo una limitata possibilità di gestire un’impietosa crisi umanitaria soprattutto in Gaza City, dimostra come una guerra non possa conciliare momenti di umanità dal momento che la vittoria si consegue solo con la sconfitta dell’avversario. Ciò non è solo valido per Israele, ma vale anche per Hamas. Di fronte ad una comunità internazionale che da decenni osserva il continuo ripiegare su se stessi di tutti i tentativi avviati per definire la crisi all’interno di un quadro politico e istituzionale di stabilità condivisa, Hamas continua a sfruttare la propria capacità operativa provocando, e non senza lucida premeditazione, la progressione dell’avanzata di Israele costringendolo a condurre operazioni terrestri che lo pongono a diretto contatto con l’orrore e la rabbia dei palestinesi. Non ci sono sorprese in una simile strategia di lotta.

Vittimizzare la popolazione e rendersi martiri per mano dell’avversario di sempre aumenta, in maniera decisiva, il consenso tra le masse palestinesi che subiscono, loro malgrado, le azioni militari di entrambi i protagonisti del confronto. In una logica di crisi premeditata, Israele rischia, accettando di combattere, di favorire e offrire quel casus belli per un allargamento del conflitto giocato sui propri territori permettendo a Iran e Siria di tentare il colpo del gatto nel sacco. Ovvero di costringere Israele a continuare le operazioni militari nel tempo, magari costringendolo a subire, peraltro, gli effetti di una strategia di attacco indiretto su due fronti, Gaza e Libano meridionale. Una strategia che rischia di parcellizzare le risorse e gli sforzi delle forze di Tel Aviv, a patto che non intervenga prima dell’impasse tattico un’azione decisiva della comunità internazionale.

Dovendo essere realisti è certo che un allargamento del conflitto difficilmente si potrà presentare come una maggior estensione del fronte in termini fisici per l’ingresso di nuovi attori protagonisti. Né Teheran né la Siria hanno interesse a scendere direttamente in campo contro Israele. E questo perché entrambi sono consapevoli di subire immediatamente dopo una risposta che coalizzerebbe, come ai tempi dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, gli arabi moderati con l’Occidente. Dovrebbero, cioè, confrontarsi con una coalizione che ancorché provvisoria avvicinerebbe Tel Aviv a quella parte dell’Islam laico che mira solo alla propria sopravvivenza, e non certamente alla conquista di territori o a tentare ipotesi riformiste dei relativi regimi. Regimi che per garantirsi l’esistenza favorirebbero il rovesciamento dei governi avversari.

Per questo, un processo indiretto di destabilizzazione dei governi moderati attraverso l’uso di Hamas e di Hezbollah è certamente estremamente meno costoso e più facile da realizzare disponendo di una massa critica di vittime e di profughi: una massa facile, utile, particolarmente efficace come strumento di destabilizzazione interna (la storia della Giordania degli anni Settanta offre adeguati momenti di riflessione).Il “no” di Hamas al piano franco-egiziano, insomma, nelle sue argomentazioni, dà una chiara visione delle prospettive future e delle volontà. La soluzione proposta dal presidente egiziano Mubarak e da quello francese Sarkozy non poteva che non essere considerata non valida da Hamas.

Per lo stesso leader del Fronte di Lotta Palestinese Khaled Abdel Majid, portavoce delle organizzazioni palestinesi presenti in Siria, per Hamas e per i movimenti fondamentalisti come la Jihad islamica la proposta franco-egiziana non è utile a trovare una soluzione condivisibile dal momento che il mancato ritiro di Israele, come anche la possibilità di definire una sorta di forza di interposizione limitata a osservatori internazionali, sarebbe contraria al diritto di resistenza del popolo palestinese. È evidente, insomma, ma lo era sin dall’inizio, che Hamas aveva ed ha le idee chiare. D’altra parte se ci si ferma a riflettere sull’ulteriore richiesta di ritiro delle truppe israeliane da Gaza e la contestuale apertura del valico di Rafah tra Egitto e i territori palestinesi le conclusioni sono facili.

Così come è ben evidente che la disponibilità di Mubarak di partecipare a garantire le frontiere dei territori palestinesi e valutare, dopo, l’apertura del valico di Rafah dimostra quanto sia sempre presente il fantasma di una nuova possibile diaspora verso quel mondo arabo che della questione palestinese ne ha fatto una bandiera a necessità. La verità che ancora una volta non si vuol vedere è che è in corso un gioco strategico sottile tra la difesa di un’identità nazionale e di un modello culturale, quello occidentale, che vive attraverso Israele e la volontà di affermare due leadership regionali non negoziabili e né sovrapponibili, ma perfettamente simmetriche: quella siriana e quella iraniana. La prima nel Medio Oriente libanese, riproponendo l’antico ideale della Grande Siria e la reale necessità di Damasco di riappropriarsi delle sorgenti del Giordano nel Golan. La seconda, di far sopravvivere un regime apparentemente laico, fondamentalmente teocratico, che mira a sostituire la cultura sciita al dominio oligarchico dell’Islam sunnita saudita presentandosi come la nuova potenza regionale islamica.


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