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Afghanistan: un nuovo Vietnam non percepito

Se ciò che percepiamo noi in Occidente si pone come una sorta di sostenibilità ad un’operazione di peace-enforcing più che di peace-building, la percezione che hanno i nostri soldati è molto diversa. Ciò che si percepisce nei dialoghi di chi rientra è una certa sfiducia ai livelli di truppa e non solo, ed una serpeggiante impressione che nessuno sappia bene cosa si stia a fare in Afghanistan ma, soprattutto, quali siano ancora oggi i veri, concreti e reali compiti oltre che gli obiettivi. Le informazioni veicolate dai media attraverso il sistema dei giornalisti embedded e gli Ufficiali PI sono spesso parziali ed edulcorate. Una prospettiva che manca di una visione di insieme di una regione molto vasta, mentre i media italiani riportano solo ciò che accade nella Regione Ovest, area di responsabilità italiana. Una sorta di restringimento di un’area molto più vasta e che ci coinvolge negli effetti. La progressiva capacità offensiva dei talebani è stata più volte misurata sul campo con altalenanti scelte tra il tatticamente necessario e il politicamente corretto.

Una confusione sui termini della risposta che aveva fatto riproporre, ad esempio, il ricorso alle bombe sui caccia. Una scelta che se potrebbe essere anche considerata una tattica di guerra pagante prevederebbe degli effetti collaterali enormi. Infatti, montare simili sistemi d’arma su velivoli da combattimento, elicotteri compresi, comporterebbe necessariamente perdite civili anche ingenti. Ciò significherebbe accettare i costi umani di una condotta che non sarebbe più dotata di una legalità giuridica dal momento che una simile reazione porterebbe ad ammettere, molto poco verosimilmente, la necessità del cosiddetto fuoco indiscriminato.

La verità è che ancora oggi né i militari, tantomeno la classe politica, sembrano avere posto in essere delle dovute considerazioni sui tipi di minaccia che si affrontano, e quanto e quali soluzioni tattiche siano possibili, si possano perseguire senza mutare lo spirito della missione e la copertura giuridica che la legittima agli occhi della comunità internazionale. D’altra parte, anche ammessa una possibilità del genere, ovvero ricorrere a sistemi d’arma più… incisivi, non muterebbe il fatto che il classico attacco combinato della guerriglia talebana e degli “insurgents” è un attacco regolato da dinamiche semplici, troppo semplici, ma devastanti nei risultati e ciò è più che sufficiente per far si che qualcuno si chiedesse quanto e quale contromisura tattica possa essere confacente agli scopi viste le perdite che subiamo periodicamente. Nessuno mette in discussione che, in fondo, l'Afghanistan fa apprezzabili ma relativi progressi, ma come in Iraq sembra che tutti accelerino sui tempi perché politicamente non si riuscirebbe a sostenere Karzai e il suo governo danzante ancora per molto tempo.

Guardando agli ampi spazi dell’Asia Centrale sembra che l’impero romano, e prim’ancora Alessandro, considerassero la pace un risultato possibile solo come conseguenza della guerra. Si vis pacem para bellum , tempi e strategie permettendo. Ma allora. Oggi le domande che ritornano alla nostra mente di fronte alla morte che incalza i nostri soldati sono le seguenti: sono in Afghanistan per fare la guerra? Per difendersi devono fare la guerra? In cosa esattamente consisterebbe, poi, questa guerra? Cosa possono e non possono fare? A queste domande, apparentemente banali, ancora oggi è difficile trovare risposte univoche, precise, cristalline, chiare tanto chiare quanto dovuto ad un militare che deve assolve un compito preciso pagando con la propria vita il prezzo dell’incertezza di chi decide.


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