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Una idea infelice: una teocrazia quale ultima ratio

Un altro soldato italiano caduto a Nassiriya.

Tre ore e mezza di dura battaglia per la conquista del ponte ad est di Nassiriya, uno dei tre obiettivi dell'azione combinata di ieri dei militari italiani.La guerra ci cade addosso un’altra volta come una sorta di rivincita della realtà sull’illusione di una pacificazione rapida, dovuta ad un effetto domino che coagulasse attorno alla coalizione gli animi democratici dell’Iraq come degli altri Stati arabi. La necessità di trovare una via d’uscita politicamente valida affretta la ricerca di un modello di governo che possa soddisfare la necessità di dare significato alla condotta delle operazioni e trasferire le responsabilità future ad un potere locale. Così oggi, dopo l’attacco all’Italia e con essa all’Occidente, si riscrive una nuova pagina militare su una missione ritenuta di pace, anzi pacificatrice. Ma una pace è tale e duratura soltanto se condivisa nei termini e nelle condizioni anche dagli sconfitti e così non è stato.

La corsa a una soluzione politica immediata in attesa che le Nazioni Unite siano in grado di assumere l’onere della transizione verso una stabilizzazione dell’Iraq come Stato rischia di generare l’ennesimo risultato di una vittoria a metà e per questo proporre nuove opportunità future per altri conflitti. Accettare un governo religioso, purché eletto democraticamente, è l’epilogo di una superficialità politica di analisi che una grande potenza come gli Stati Uniti non può permettersi. Il trasferimento di poteri a un governo teocratico significherebbe restituire alla guida radicale la possibilità di controllare le comunità e di protrarre nel tempo divisioni e antinomie dialettiche fra le varie correnti. L’abbandono di qualunque ipotesi laica e federale determina uno spostamento verso il baricentro fondamentalista del futuro dell’Iraq. Se a ciò si aggiunge la provocata, imprevedibile, storica intesa fra sunniti e sciiti, allora il gioco è fatto: l’irreparabile è alle porte.

Ciò che non doveva accadere è accaduto. Una condivisione di obiettivi verso un fronte unico rinviando a domani il confronto sul come bilanciare il potere fra sunniti e sciiti, fra l’ortodossia dell’Islam degli eletti e delle oligarchie elitarie dei primi e l’Islam del radicalismo popolare degli ayatollah dei secondi. E in tutto questo l’ennesimo errore occidentale: avere strumentalizzato la democrazia come se fosse un’ideologia, rendendola un orpello mediatico e propagandistico che la riduce alla stessa stregua del socialismo utopistico collettivista o del nazionalismo baathista abbandonandola poi a se stessa. E così l’attacco dei miliziani dell’ennesimo Mahdi  dimostra che un risultato è stato raggiunto ed è quello di avere aiutato lo sciismo ad affermarsi quale unica e più diffusa, oltre che credibile, corrente politica in Iraq e nell’Islam popolare.

Una leadership con cui i sunniti non possono confrontarsi, disposti come sono a mettere da parte differenze sostanziali di dottrina e di vita. Un’opzione di governo che tenta di realizzare in breve tempo ciò che con la sopravvivenza di Saddam gli stessi Stati Uniti volevano evitare: uno schieramento trasversale politico e religioso antioccidentale. E non sarà un comodo governo teocratico ad aiutare la fine di un conflitto che trasforma la guerra trasferendone gli effetti nella dimensione allargata del tutti contro tutti. La possibilità di riuscire a dare un significato democratico al nuovo Iraq, in termini di capacità di autogoverno e di stabilità, dipende soltanto dalla volontà di riuscire ad arginare l’ipotesi teocratica e nell’affermare la laicità dello Stato come valore uguale per tutti.

n effetto importante, difficile, raggiungibile solo favorendo la crescita di una classe politica laica nelle intenzioni e pienamente rappresentativa. Questo potrà essere il risultato migliore a cui si dovrà tendere, evitando vie d’uscita eleganti dettate da un’incapacità politica di definire una guerra iniziata su presupposti provvisori e priva di progettualità. Ogni altra proposta soddisferà quella o quell’altra campagna elettorale occidentale ma non aiuterà l’Iraq - ostaggio della lotta religiosa per il potere, come il Medio Oriente – e non ne sarà favorito nemmeno l’Occidente se si vuole intraprendere un cammino di pace diffusa e condivisa nella sicurezza, dove i valori democratici non si perdano in un’ideologia totalizzante o nell’uso politico di una fede.


[1] Mahdī , ovvero il “ben guidato da Dio” rappresenta l’elemento fondamentale, l’epilogo della escatologia islamica. Esso ripropone l’idea messianica che fu propria dell’ebraismo per la quale il Mahdī apparirà nel mondo alla fine dei tempi, dopo che un certo tipo di Anticristo islamico, detto Dajjāl, avrà concluso la sua opera di affermazione del male tra i credenti. Nella cultura islamica il Mahdī si pone come il salvatore che giunge alla fine de tempi e darà corso alla salvezza o dannazione degli uomini nel giorno del Giudizio Universale.


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