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Strategie mediterranee

La recente crisi tra Israele e il movimento di Hezbollah, con la successiva tregua e la ricompattazione dello Stato libanese, dimostra quanto non sia ancora disponibile un assetto strategico fondato sull’equilibrio nel Medio Oriente. E ciò non solo per la mancata stabilizzazione dell’Iraq e per la persistente crisi in Palestina ma, soprattutto, per un’assente politica di equilibrio dettata da interessi convergenti nella regione. Guardando agli assetti strategici che nel tempo si sono realizzati nel Mediterraneo, la volontà di aumentare la proiezione difensiva occidentale nel bacino verso Sud e verso Est implica tre aspetti strategici di cui tenere conto.

Il primo, nella determinazione di quale ruolo far assumere alla Turchia verso l’Oriente assegnando ad Ankara un compito di difesa avanzata della regione mediterranea soprattutto verso quel mondo islamico del quale ne è espressione pur nella sua fedeltà occidentale. Il secondo, è nel decidere quanto coinvolgere Israele in una possibile dimensione atlantica della difesa del Mediterraneo allargato, considerandolo alla stessa stregua della Turchia: una difesa avanzata verso i Paesi del Golfo Persico e dell’Iran a favore dei Paesi arabi partecipanti al processo di partenariato mediterraneo. Il terzo aspetto, l’individuazione della collocazione che Stati Uniti e Russia intendono assumere in una regione nella quale si risolvono le esigenze di un mondo occidentale debole di iniziativa politico-militare e in difficoltà di crescita complessiva.

Di fronte a tutto questo sembra che le opzioni possibili siano fondamentalmente due. La prima può essere individuata in una strategia a giro d’orizzonte. Ovvero rappresentata da una visione complessiva della regione come un’unica proiezione di un sistema dominante, quello euroccidentale, capace di presentarsi quale modello inclusivo, orientato all’integrazione, mediando nelle periferie nel tentativo di assorbire, anche attraverso l’assimilazione, valori e istanze culturali provenienti da comunità diverse. Una strategia caratterizzata da un cosmopolitismo già appartenuto alla tradizione storica dell’Occidente alessandrino e romano. La seconda invece può essere rappresentata da una sorta di necessità di difesa dell’identità fondata sull’esclusione, sul rendere periferiche le comunità non autoctone. Una necessità, quest’ultima, sostenuta da una tutela del centro politico continentale, impedendo ogni possibile processo di integrazione di popolazioni che migrano per sopperire alla scarsità di opportunità di crescita e di possibilità di sopravvivenza economica. In quest’ultimo caso si tratterebbe di sostenere una sorta di strategia del dominio che però sarebbe destinata a collassare, costretta a ripiegare su se stessa per incapacità di sottrarre spazi culturali di fronte ad un Islam dilagante.

Tuttavia, però, nella loro diversità, entrambe presentano un aspetto comune: nessuna di esse è diretta a risolvere il problema della competizione. Nessuna delle due ipotesi, cioè, offre un unico quadro di sintesi capace di affrontare la complessità mediterranea con un limite di prospettiva che non attribuisce a nessuna delle due ipotesi l’essere una delle soluzioni possibili e per questo efficace e percorribile. Infatti è evidente come dopo l’ultima crisi tra Israele e Libano le comunità del Mediterraneo non godano di una condizione di equilibrio, divise sempre di più tra pochi ricchi e una diffusa povertà tra le popolazioni del Medio Oriente e dell’Africa del Nord. Da queste considerazioni è evidente che la necessità di operare una sintesi in un quadro così articolato puntando su formule politiche di inclusione e non di esclusione, aprirebbe la porta ad una visione allargata della regione che non si limiterebbe alla sola apparenza del potere, ma che guarderebbe alle possibilità di partecipazione e di diffusione del potere politico quale opportunità di crescita delle comunità e di abbattimento delle ragioni di odio e di rancore che l’esclusione determina sulle masse più povere. Una strategia partecipativa che, non escludendo Stati Uniti e Russia dalle sorti del Mediterraneo, includa l’Europa facendole assumere un vero e significativo ruolo di leadership, pena l’inutilità di cimentarsi in un progetto di integrazione regionale così ampio che sarebbe già privo di significato se non si realizzasse una necessaria cornice di sicurezza all’interno della quale far crescere le comunità delle periferie continentali. In questo caso, la stessa partita giocata dalla crisi israelo-libanese diventa fondamentale per gli assetti futuri del Mediterraneo.

La stabilità e la sicurezza della regione allargata del Mediterraneo corre su un sottile ma significativo filo di lana dove la collocazione dell’Unione europea in Medio Oriente, e verso l’Islam, determina importanti spostamenti di percezione politica della volontà dell’Occidente di impegnarsi per la democratizzazione e per la pace nella regione mediorientale. Oggi non è una visione politica dell’Islam ad essere messa in discussione. Ma è un Islam politico che si pone come pericolo immanente non solo per la sicurezza continentale, ma per le possibilità di crescita delle stesse comunità arabe soprattutto di fronte alla fragilità di alcuni Stati del Medio Oriente che soffrono di una sovranità a metà strada tra l’essere ostaggio di autocrazie sopravvissute alla Guerra Fredda e frange movimentiste strutturate e funzionali al mantenimento del caos e alla sterilizzazione di ogni possibilità di confronto e di maturazione di una coscienza democratica. Ed è su questa conclusione che l’Iran tenderà negli anni a venire a giocare la sua partita definitiva per l’ascesa a potenza regionale.


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