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Identità e politica

Alcuni interrogativi tra Occidente e Medio Oriente.

La presunzione che il modello occidentale sia il punto di arrivo della modernità giuridica e sociale non finisce di sorprendere lo spettatore internazionale. La stessa concezione dello Stato si è costruita su un modello derivato da un’etica protestante laddove il cattolicesimo si era fermato alla sola ipotesi imperiale. Nell’età contemporanea, la diffusione dei mezzi di comunicazione, lo spostamento orizzontale delle barriere culturali e l’avvicinamento sempre più intimo dei valori culturali ha proposto l’identità etnica come aspetto significativo del patrimonio di una comunità in senso lato dovuto alla diversità che ne esprime. Nello stesso tempo, però, ne ha limitato il suo affermarsi man mano che gli spazi si sono ridotti tra una civiltà e l’altra. La guerra in Iraq, il ruolo del radicalismo islamico nel determinare gli assetti sociali e politici in Medio Oriente, quanto la pretesa di condizionare le politiche degli Stati occidentali, rispecchia l’osservazione precedente nel momento in cui il risultato è che ogni ideologia che si muove su piani di differenziazione e di antagonismo al processo di internazionalizzazione delle coscienze cerca di porsi come ostacolo ad una manipolazione, e ad una riduzione, di una memoria collettiva che non vuole interagire con altre memorie collettive.

Tuttavia, l’evoluzione delle tecniche comunicative ha ridotto le frontiere, avvicinando comunità tradizionali più di quanto ci si sarebbe aspettato. Dal confronto che ne sovviene, si verifica un effetto interessante: cioè, che la contrazione del significato di frontiera favorisce, anziché eliminarli, i processi di identificazione aumentando la frammentazione delle coscienze collettive come risultato della diffusione di identità politiche e culturali. Ciò che si osserva oggi, infatti, è un recupero di capacità di azione politica all’interno delle comunità più periferiche con una nuova lettura del principio di autodeterminazione realizzata in un momento storico che riduce il significato stesso di nazione ad un’astrazione strumentale. Così in Medio Oriente o in Asia Centrale. La verità è che la fine della guerra in Iraq e l’inizio di una rideterminazione dei rapporti all’interno di ogni singola comunità, ha posto termine alla teoria della modernizzazione politica e al concetto di nation building dal momento che la nazione - nel senso di comune condivisione di un sentimento unico di appartenenza, storica, culturale e religiosa - non è una caratteristica oggettiva di per sé sufficiente per contraddistingue uno Stato.

Vi possono essere, infatti, elementi di autoidentificazione che giustificano il nascere di un’ipotesi nazionale. Tuttavia, la nazione può anche richiedere un processo fortemente soggettivo, cioè formulato su basi comuni di identità se non etnica quanto meno ideologica. Ed è questo il punto di maggior vulnerabilità nel definire in termini di equilibrio, di parità dei rapporti di forza e di pari valori condivisi, qualunque costruzione di un modello di Stato democratico in Medio Oriente: in Iraq come in Palestina. La verità è che l’identità araba, ad esempio, concepita su un’astratta comunità che condivide valori e credenze, non si dimostra poi così altrettanto solidale se non allorquando opportunismi strumentali di potere la riscoprono come tale, ma solo se questa si identifica con quella dei credenti: l’Ummah.

Se la nazione è un processo soprattutto soggettivo nella formazione di uno Stato, ciò che dovrebbe essere necessario, in un’ottica di ricostruzione istituzionale, è accertare l’esistenza di un sentimento di appartenenza degli individui ad un certo raggruppamento sociale, oltre alla condivisione di valori che regolano, in termini di principio, l’ordinamento sui quali si realizza il senso di comunità politica. Tutto questo, è vero, è spesso difficile poterlo verificare sul campo. Soprattutto è difficile comprenderlo se all’interno del mondo islamico, ad esempio, la diversità si presenta come una formulazione di prospettive diverse espresse nell’interpretare in particolare un’ortodossia usata per legittimare un potere derivato da una concezione divina, immodificabile, del vivere umano, ma senza che nessun valore possa poi essere messo in discussione. Così, restano aperti degli interrogativi fondamentali per qualunque azione politica diretta a realizzare uno Stato moderno e a far nascere una democrazia partecipativa.

Le domande che ci si dovrebbe porre sono molte; ad esempio: il principio di autodeterminazione, dopo la guerra in Iraq, rimane ancora oggi un principio intangibile delle relazioni internazionali, oppure può subire compressioni in ragione di una contrazione della sovranità dovuta al prevalere delle ragioni del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale? Oppure, quanto il principio di autodeterminazione e indipendenza politica può giustificare l’uso della forza militare altrui per risolvere un problema evidente di percezione di sovranità? E, quanto tale compressione potrà garantire una possibilità di ordine democratico se, rotto l’equilibrio forzato del convivere, ci si trovi di fronte ad un confronto identitario poco pregevole e significativo in termini di mantenimento dell’integrità territoriale dell’Iraq? E tutto questo, per finire, quanto potrà incidere nella possibilità che si realizzi un disegno democratico e nazionalisticamente identitario in Palestina nel confronto tra la corrente storica di Al-Fatah e il movimento Hamas per la conquista del potere politico sui territori?


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