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Ahmadinejad: l’ultimo dei pasdaran

Mahmud AhmadinejadLe vicende del Golfo rappresentano la storia infinita del sentimento occidentale verso il fascino dell’Oriente. Un sentimento dipinto da un odio e da un amore per necessità che ci costringe ad interessarci degli eventi di una regione estremamente instabile. Le vicende del Golfo, inoltre, ci coinvolgono direttamente nel momento in cui l’azione politica dell’Occidente si svolge soprattutto in un’area dalla quale dipende la sopravvivenza energetica del mondo. Una regione dove i termini del confronto non sono di esclusivo dominio di una potenza, ma il risultato di forze diverse, politiche e religiose. Il teatro iraniano e il suo nuovo protagonista in realtà non sfuggono ad una simile analisi.

L’ascesa di Mahmud Ahmadinejad completa il disegno di un Iran egemonico nel Golfo Persico. Di una potenza religiosa che assimila nel suo intimo la centralità della legge islamica e l’azione politica delle loro guide spirituali. La stessa vittoria al ballottaggio dimostra, in fondo, quanto sia sottile la linea che divide una realtà teocratica da una volontà apparentemente laica di affermare comunque l’identità politica di Teheran. Che vincesse Ahmadinejad o Rafsanjani non sarebbe stato rilevante per mutare l’assetto geopolitico dell’Iran. Tuttavia la vittoria dell’umile pasdaran, dello studente figlio della rivoluzione khomeinista, stigmatizza ancora di più il ruolo dell’Iran, e il suo essere consapevole di poter esprimere una politica da potenza regionale forte di una storia mai ostaggio di una politica coloniale, ovvero prodotto di volontà straniere. Ahmadinejad non è arabo. Gli iraniani non sono arabi.

Questa individualità, questa identità segna la forza di un popolo ma anche di un leader, e Ahmadinejad lo sa. Non è importante provare se Mahmud Ahmadinejad fosse stato tra gli studenti che assalirono l’ambasciata statunitense nel 1979. Non è nemmeno importante attribuire all’odierno presidente iraniano l’essere stato tra i possibili promotori di un assalto anche all’ambasciata sovietica qualche anno più tardi. La verità è che l’Iran investe nell’eredità di Khomeini e Mahmud Ahmadinejad ne è un buon interprete da laico più teocratico di molti non laici. Abilità nell’attesa, capacità di guardare lontano dimostrano come la leadership sciita dell’Iran si gioca nel Golfo Persico ma è diretta verso l’universo islamico più di quanto l’Occidente non creda. E così è il carattere popolare dello sciismo che emerge nell’azione politica di Teheran.

Quel comune valore di Islam popolare che cerca di promuovere la guida di Ahmedinejad su tutti i movimenti della marginalità dell’Islam più povero. Non c’è solo Hamas. Non c’è solo la Jihad Islamica o Al-Qaeda. L’Iran si pone come uno Stato islamico che vuole dimostrare la capacità di essere interprete di se stesso contrapponendosi all’Occidente come identità politica. Un’identità che cerca di affermarsi quale potenza intermedia fra Stati Uniti, Russia e Cina nel gioco del petrolio e del dominio dei Paesi arabi sempre più instabili. Il presidente iraniano non è solo uno spettro per l’Occidente e Israele. Rappresenta l’alternativa di potenza per quegli Stati arabi che sono sempre più deboli e che nel rifiutare la svolta democratica giustificano la deriva delle masse verso Teheran. Un’alternativa pericolosa a cui può contrapporsi soltanto una capacità di contenimento e sconfitta della forza propagandistica di Ahmadinejad. Un risultato possibile se lo spirito occidentale, rimosso ma non dimenticato nelle masse islamiche, si trasformasse nella vera speranza di un valore democratico condiviso e non nell’ennesima promozione di regole per pochi.


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