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All’ombra della sfinge

Gli eventi che stiamo osservando consumarsi giorno dopo giorno in Egitto, e prim’ancora in Algeria e Tunisia, non sono tra di loro manifestazioni estemporanee che si risolvono in proteste allargate sull’onda di una necessità quotidiana: costo dei beni e crisi dei redditi. E’, in realtà, il risultato di un processo, lento, ma progressivo nel suo definirsi, di consunzione di modelli autocratici di potere che sono sopravvissuti alla modernizzazione delle idee e delle comunità ancorando la loro longevità politica nell’essere ad un tempo baluardo verso l’Occidente imperialista e il sionismo antipalestinese.

E’ il punto di arrivo di sistemi autocratici lasciati vivere da un Occidente che nella scelta del meno peggio ha trasformato la democrazia in un interlocutore delle oligarchie del mondo arabo. In questo confronto tra modelli l’Occidente aveva già perso in coerenza. Difendere la democrazia come valore non poteva e non doveva esaurirsi in un compromesso con le autocrazie arabe. L’Egitto, al pari della Turchia, ha una storia -seppur antica e con tratti di originalità- non troppo lontana dalla storia di un mondo arabo che si è man mano sovrapposta e poi sostituta a quella dei propri colonizzatori preoccupati, questi ultimi, dagli anni Venti in poi del secolo scorso a garantire l’ascesa al potere di regimi compiacenti piuttosto che aprire a modelli di partecipazione diffusa al governo. Purtroppo per l’Occidente non è sempre stato così dalla fine della Seconda guerra mondiale in avanti.

Ora, guardando al mondo arabo a noi più prossimo, certamente Egitto e Turchia si sono distinti per essere riuscite ad affermare un senso laico dello Stato. Un’idea di Stato non confessionale che li ha protetti sino a ieri da ogni deriva integralista. Egitto e Turchia si sono presentati come controsviluppi di un percorso storico vicino e condiviso sino allo scoppio della prima guerra mondiale. Esercito e potere erano i motori di una garanzia di equa distanza tra lo Stato e la religione, tra il dominio del singolo e il senso e sentimento di nazione. Comprendere questo significa capire non solo perché l’esercito egiziano non ha sparato sulla folla, ma significa, altresì, comprendere come il senso dell’identità nazionale è l’unica via per raggiungere una pace sociale diffusa che elimini ogni ombra autocratica, personalistica e individualistica. L’ombra di Nasser si propone oggi nelle vesti di un El Baradei non molto simpatico agli Stati Uniti, ma unica risorsa disponibile ad incarnare il senso di identità e di Stato che la persona di Mubarak ha male interpretato rappresentando quell’aspetto nepotistico che anche in Medio Oriente inizia a confliggere con una società che assume la consapevolezza di poter essere sempre più orizzontale piuttosto che verticale.

La democrazia è, e resta, nel Medio Oriente una bella incognita, una bella sfida nel mondo arabo-islamico. L’Algeria è un pericolo aperto, la Tunisia anche, la Libia si affida alla forza di un regime collaudato, il Marocco stenta a dare segni di vitalità dal momento che il Re non solo ha precorso i tempi riformando il codice civile in chiave modernista, ma è anche un discendente del Profeta e ciò basta a garantirgli l’autorevolezza di cui ancora oggi gode. L’Egitto,però, non può e non deve trasformarsi nel ventre molle della regione. L’Egitto è l’unico Stato sul quale l’Occidente poteva, e doveva, contare difendendo Sadat, per giocare una partita nuova nella regione se la democratizzazione della regione fosse stata veramente a cuore più degli affari.

Da sempre l’errore occidentale fu sottovalutare la Palestina e la possibilità di favorire uno stato democratico palestinese. Favorire nel tempo ciò che Sadat e Rabin avevano capito. E, cioè, che la chiave di volta per stabilizzare il Medio Oriente e garantire pace sociale e stabilità passava per una Palestina democratica. Ma la scelta del male minore favorendo le autocrazie arabe filoccidentali solo per interesse in economia, politicamente filopalestinesi solo per mantenere il proprio potere e legittimare la propria forza sulle masse più povere, ha determinato i fattori di crisi che oggi osserviamo nella loro fragilità, nell’insostenibilità. Nepotismo, personalizzazione della politica, una forbice sempre più ampia tra pochi ricchi e tanti, tanti poveri.

Per l’Occidente garantire la democratizzazione di una comunità, difendere l’accesso delle classi meno fortunate doveva essere da tempo una responsabilità ed un dovere. Un dovere non solo morale, ma civile e giuridico. L’Occidente, al contrario, ha sempre riproposto una scelta utilitaristica di medio termine e con pochi successi e, tra questi, quello di essere riuscito ad arricchire sempre di più i governi arabi e ad impoverire le classi più deboli e più manipolabili dall’offerta fondamentalista. Ora, in questo non semplice puzzle geopolitico, in una scacchiera a più colori, con molti alfieri e pochi re, e sempre gli stessi, la priorità per l’Occidente è di saper gestire la comunicazione, il suo modo di essere alternativo, diffondere un messaggio credibile di democratizzazione e modernizzazione moderata alle società mediorientali partendo dall’Egitto. Ma dovrebbe essere capace di rimettere in discussione molto della sua politica verso il Medio Oriente e le comunità arabe più povere, quelle palestinesi comprese. E’ l’unica arma politica per contenere il disastro, affermare man mano la democrazia in una cultura, quella araba, che è orizzontale per storia ma verticale per convenienza. E’ l’unico modo per dare stabilità ad una regione, quella mediterranea, della quale ne condividiamo tutto da secoli, drammi compresi.


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