Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Dimenticare Teheran?

Mubarak Mubarak si è dimesso. Ha ceduto alla piazza urlante dove gli integralisti non sono rimasti a guardare. Non si ricandiderà. Hosni Mubarak è stato, nel bene e nel male, per l’Occidente l’ultima espressione di una concezione laica di uno stato e di un socialismo arabo. L’ultima espressione di ciò che furono Nasser e Sadat. L’espressione di un socialismo arabo, autoritario ma che ha garantito stabilità e tolleranza religiosa nel tempo ed evitato l’allargamento della minaccia terroristica fondamentalista subendone gli effetti. Ma Mubarak o meno, sembra che ancora una volta la vera sfida è trovare un modello politico che possa favorire la democratizzazione dell’area.

La confusione politica e il caos che essa determina negli assetti sociali delle comunità arabe, e in quelle egiziane in particolare, rimane il miglior terreno per giustificare altre guide autoritarie o possibili dispotismi teocratici che si sostituiscono alle autocrazie di ieri e tentano di capovolgere, a loro favore, le regole dinastiche sottese al mantenimento di una società fondata sulle classi come in Arabia Saudita e Giordania. La vera domanda, allora, che l’Occidente non si è posta è: quale peso politico attribuire ad un possibile modello democratico all’interno di un mondo arabo-islamico competitivo dove la personalizzazione del potere si alterna tra misticismo rivelato e temporalità di casta? Certo, una simile preoccupazione non può da sola essere una giustificazione per affermare che il rischio del fondamentalismo islamico sia sufficiente ancora una volta a negare l’avvio di un processo democratico. Tuttavia, la preoccupazione che un movimento trasversale fondamentalista possa scalare il potere è certamente reale e in Egitto ancora di più. Così come in Iraq, l’Iran lascia fare all’Occidente, preoccupandosi di investire nella sua capacità di controllo religioso delle dinamiche politiche regionali tra l’Iraq e il Libano.

Teheran, ieri come oggi, è sicura di riuscire a consolidare man mano -aiutata dagli eventi e dal laissez faire di una diplomazia occidentale stanca e consuntasi tra Iraq e Afghanistan- la propria ambizione di essere la potenza islamica regionale per eccellenza. Una ambizione costruita sulla consapevolezza di rappresentare un potere modellato su una leadership apparentemente laica, ma fortemente teocratica nella gestione del potere che ne spersonalizza gli individui, strumentalizzando una lotta moderna verso un dominio diffuso degli animi. D’altra parte, lasciata aperta la situazione di crisi in Palestina, di fronte ad un’instabilità endemica che allarga l’arco della crisi dal Nord Africa all’Asia Centrale, quale ostacolo potrebbe trovare l’Iran nello svolgersi, ed appropriarsi, di una leadership nella regione?

Venuto meno il baluardo occidentale egiziano, gli Stati Uniti confidano oggi solo nella capacità dei militari di garantire una transizione laica e equidistante dalle lusinghe fondamentaliste sperando che l’esperienza egiziana possa fare tesoro della storia turca. Ma la vita della regione rimane ancora oggi ostacolo delle medesime criticità di ieri. La Siria tende a mantenere una propria influenza in Libano a garanzia di una dilatazione del fronte sciita ed equidistante dall’Iran. La Libia rimane assente dal gioco perché preoccupata nel difendere un potere personale di indubbia longevità. L’Iraq si alterna tra la sfida ad autogovernarsi e la necessità di respingere le pressioni interne che ne farebbero un protettorato di Teheran.

L’Arabia Saudita si preoccupa di mantenere in piedi un sistema assoluto di potere di fronte al magma delle aspettative fondamentaliste, giocando sulla secolarizzazione della sua storia. In tutto questo l’Iran è consapevole di essere l’unico Stato capace di poter esercitare una pressione utile sulle masse e gioca a rimpiattino con Washington che stenta a definire, ancora una volta, la propria politica estera passando dall’interventismo acritico di G. W. Bush ad una sorta di pericoloso appeasement di Obama mentre l’Occidente prossimo sta comodamente a guardare chi gestirà, come e per conto di chi una transizione non facile e non indolore.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.