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La Libia e la porta dell’Europa

La Libia non è il Kosovo e l’intervento sancito dalla risoluzione n.1973, che chiede il cessate il fuoco e l’instaurazione di una “no fly zone”, non prelude ad una guerra in termini tradizionali. L’azione da condurre non sarà nemmeno una missione soltanto pre-umanitaria, che assumerà i caratteri di un’operazione di peace-keeping. Semmai essa può essere preliminare ad una azione futura di peace-enforcing. D’altra parte, risolto l’aspetto formale assumendo la dignità giuridica di un intervento legittimo nei termini indicati dalla risoluzione, questa è l’unica formula possibile e percorribile per affrontare una situazione di crisi che potrebbe pregiudicare la stabilità della regione mediterranea, la sicurezza delle nostre comunità, aumentare la deriva fondamentalista che nessun regime arabo, ancorché pseudodemocratico, vorrebbe che ciò avvenisse lasciando campo aperto ad un effetto domino facilmente strumentalizzabile da Teheran e da Damasco.

Nel definire il quadro complessivo di un’azione militare -ancorché non finalizzata ad occupare il territorio libico ma legittimata ai sensi delle previsioni del Capo VII dello Statuto delle Nazioni Unite- sembra, però, che solo Francia e Gran Bretagna non abbiano dubbi sul come condurre le operazioni in teatro restando fermi a capire se la Nato ha, nell’immediatezza di una crisi persistente, una strategia mediterranea utile da tirar fuori dalle raccolte di pianificazioni che hanno affollato le operazioni di ieri. Se c'è un teatro nel quale è in gioco la sicurezza e la stabilità del nostro continente questo è, e rimane, quello Mediterraneo. L'Afghanistan è molto lontano e distante da noi, non solo fisicamente ma anche culturalmente, e le vicende libiche sono entrate, entrano ed entreranno nelle nostre case perché tutto si verifica non oltre il nostro piccolo orizzonte.

Due sono, quindi, i veri problemi da affrontare. Il primo, porre termine alla "resa" dei conti in Libia e al dramma umanitario che un dittatore alla fine del suo potere può mettere in scena. Il secondo, evitare di abbandonare le opposizioni alle lusinghe fondamentaliste. Uno scenario possibile, pericoloso e pericolosamente ritenuto vicino, da Stati abbastanza distanti dal “nostro” mare ma che ritengono, invece, necessario intervenire come han creduto Norvegia e Danimarca. Due Stati che non sono noti per atteggiamenti guerrafondai -tutt’altro- con minori interessi mediterranei della stessa Italia ma che hanno, probabilmente, una diversa sensibilità e una migliore valutazione del pericolo reale, di ciò che è giusto e utile fare rispetto all’esercizio interventista inutile e dispersivo in altre aree per assicurare valori sui quali loro, come noi, difendono.

Uno scenario che non impedirà un allargamento della coalizione anche a contributi provenienti dal mondo arabo dove l’esempio del Qatar, piccolo emirato, ma di particolare interesse politico, diventa significativo. Tuttavia, in tutto questo, vi è ancora una lezione da apprendere. Sempre la stessa. La politica estera, oggi più di ieri, non si può improvvisare o lasciarla ai sorrisi di circostanza o ad un buonismo che lo si paga con vittime e ricatti. Non è un teatrino perché spesso ci si può far male e molto. Dall’astensione tedesca -giustificata dal fatto di dover ancora abituare la propria opinione pubblica al peso della missione in Afghanistan- alla scelta di partecipazione alle operazioni di Danimarca e Norvegia, oltre alla già decisa posizione di Parigi e Londra ciò che si attende è che la Nato definisca chiaramente il suo ruolo nel Mediterraneo coinvolgendo anche la Russia. Resta. Ma non solo.

Nel Mediterraneo c’è u attore che ancora una volta stenta a diventare protagonista nonostante la sua storia e la sua collocazione: l’Italia. Che fare? Certo la disponibilità delle nostre basi è l’argomento più facile da offrire, ma non basta. Per l’Italia questa è l’occasione per chiarire, una volta per tutte, quale priorità vuol dare alla difesa della porta di casa evitando di nascondersi dietro lo spettro delle “invasioni” dei migranti evitando qualunque scelta che la obblighi ad agire da comparsa nel “suo” mare. L’Italia deve decidere quanto di “timore” postcoloniale ancora oggi sopravvive nella sua debole memoria e valutare come, e soprattutto in che termini, intervenire in una ex-colonia che colonia non è più. (Francia e Regno Unito di questi scrupoli non se ne sono mai fatti). L’Italia deve individuare, e dichiarare, quali siano gli interessi strategici in gioco mettendo in discussione, se necessario, la presenza in Afghanistan, modificando il modo di condurre la nostra politica estera nel Mediterraneo rendendola, questa volta e nei prossimi anni, più assertiva che accomodante come lo è stata sino a qualche giorno fa. La Libia non è il Kosovo, ma con il Kosovo dovremmo evitare di avere qualcosa in comune domani. Di commettere gli stessi errori derivati dal non misurare, missione durante, il valore politico del “giorno dopo”.


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