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L’ombra del Faraone

Mubarak, Sadat e NasserE’ davvero singolare leggere e cercare di spiegarsi come si muova l’Occidente, sia esso politicamente rappresentato dalle sue componenti politiche che intellettualmente presente con una serie di analisti ognuno dei quali, a proprio modo, tende a dare una spiegazione alla seconda rivoluzione egiziana. Una rivoluzione maturata, evolutasi e definitasi a distanza di pochissimo tempo dalla fine del regime di Mubarak. Ma è ancor più singolare come ci si dimentichi di dare significato a quanto accade in Egitto guardando alla storia non molto lontana di un Paese che ha affrontato, molti anni dopo l’esperienza della Turchia, la sfida con la modernità con un senso di nazionalismo laico che ne ha guidato i decenni subito dopo la Seconda Guerra mondiale.

 

La superficialità degli Stati Uniti e la miopia dell’Unione Europea non sono certo una novità nell’agire internazionale di questi anni. Le stesse rivolte arabe sono state considerate un male necessario per far rovesciare regimi che in qualche modo, ognuno a vario titolo, sono stati tollerati perché funzionali a politiche condotte secondo schemi ben precisi: vuoi di affermazione di potenza in un clima di competizione concorrente durante la Guerra Fredda o vuoi per egemonia economica in un mercato ristretto, nell’offerta, qual è quello dell’energia. La politica di un laissez-faire vicino alle porte di casa non è mai stata salutare per nessuno Stato.

Non ci sono termini etici che possano sconfessare una simile osservazione dal momento che la sopravvivenza fisica ed economica di una nazione dipende da ciò che accade oltre i suoi confini, e non solo al proprio interno.
Per molti la vicenda libica ha qualcosa in comune con quella egiziana ma, in realtà, non è proprio così. In Libia la dittatura di Gheddafi si è sempre dimostrata molto …ambiguamente antioccidentale. L’Egitto, al contrario e al di là di una prossimità strumentale di convergenze di interessi con l’Unione Sovietica, si è sempre posto come difensore del non-allineamento per poi approdare ad una visione più realistica della propria politica regionale da Camp David in poi. E tutto questo, in realtà, non per merito dell’Occidente ma per lungimiranza di una visione laica del ruolo chiave che Il Cairo voleva attribuirsi nel mondo arabo senza affidare ad una deriva fondamentalista l’affermazione di una dignità politica tra le nazioni che contano.

L’eredità di Nasser, che senza rinunciare alla sua fede crea il mito del nazionalismo arabo, non è cosa di poco conto. Se l’Occidente si ricordasse che Nasser, Sadat e lo stesso Mubarak provenivano da esperienze militari comuni e da una impostazione ideologica altrettanto rivolta a garantire all’Egitto un ruolo chiave nella realizzazione di una identità politica prim’ancora che religiosa del mondo arabo molte cose potevano essere lette in maniera diversa e, forse, un Occidente più attento avrebbe potuto guardare con maggior attenzione al cortile del vicino di casa. E’ per questo che gli avvenimenti di questi giorni non hanno nulla di eccezionale nella loro eziologia. Un risultato già scritto nella storia del paese delle piramidi.

Di eccezionale, se proprio si vuol difendere la sorpresa, vi è solo il fatto che l’Occidente, che paga profumatamente una diplomazia senza orizzonti, non ha colto il senso di una possibilità di ri-affermazione di un senso laico della politica e della vita sociale ed economica che mette da parte i “Fratelli Mussulmani” per volontà della maggior parte della popolazione. Quella stessa miopia che avrebbe dovuto consigliare a Mubarak di aprire durante la sua presidenza alle riforme e ad una maggior partecipazione democratica spiazzando sullo stesso terreno l’avversario vincitore ieri e oggi sconfitto.

In un modello a più attori che si confrontano in una regione molto stretta come spazi e determinante ancora oggi per la stabilità delle relazioni economiche e politiche mondiali - sensibile com’è ai processi di confronto sociale e culturale che spesso sfociano in manifestazioni violente se non proprio terroristiche - Stati Uniti e Unione Europea non possono pensare che la politica di stare a guardare li rassicuri sul non essere coinvolti in una possibile proxy war. La capacità di prevenire e gestire situazioni di crisi in scenari complessi e articolati risiede nella lungimirante partecipazione ai processi di trasformazione di comunità che condividono interessi, ansie e preoccupazioni nella regione geopolitica di cui si è parte, in questo caso nel Mediterraneo. Ma soprattutto essa si realizza nel credere, a monte di ogni agire politico, che i processi di democratizzazione di una comunità prevedono dei tempi che sono scanditi da lenti ma inesorabili passaggi che devono essere culturalmente interiorizzati e condivisi pur nel rispetto dei diversi punti di vista.

L’Egitto di Nasser e di Sadat – come la Giordania di Re Hussein – ha cercato di affacciarsi al mondo con una nuova veste negli ultimi decenni. Seppur tra tanti errori pagati nella condotta delle guerre in Medio Oriente - che tentavano di suggellare una leadership regionale indipendente dal gioco tra Est e Ovest – la via prescelta era un percorso non etichettato come via occidentale, ma araba, nazionalisticamente araba vista, però, come alternativa non solo a Mosca e a Washington ma quale affermazione di un senso laico e di dignità nazionale che andasse oltre il rischio di affidare solo al fondamentalismo religioso la difesa di un’identità in cerca di modernità senza rinunciare alla propria fede. Una volontà di cui lo stesso Sadat, ne pagò il prezzo con la vita.

Una dimenticanza di non poco conto per l’Occidente e che lo stesso Erdogan, per aver dimenticato che laicità significa confronto e apertura contro ogni fondamentalismo, rischia di pagare il conto presentato dall’esperienza turca costruita da Ataturk. Dimenticare ciò significa per l’Occidente non comprendere l’altro e perdere, nuovamente, l’appuntamento con la storia riducendosi ad essere, ancora una volta, mero spettatore e non intelligente protagonista sia in Egitto come in Turchia.


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