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Siria. Obama dixit: non vogliamo un altro Iraq

La crisi siriana è ormai giunta ad una fase avanzata e al suo punto di non ritorno. La politica estera a volte è come la fisica allorquando perde il carattere della probabilità e l’aspetto deterministico dei fatti trascende ogni valutazione possibile sul se, sul ma, sul forse. Esiste, così, un “orizzonte degli eventi” che superato il quale ogni valutazione sul che cosa ci si potrebbe trovare varcata tale soglia diventa quasi un azzardo con una sola possibilità a cui ricorrere per prevedere un minimo di risultato: la condizione umana e la sua storia.

Il mondo arabo rimane per l’Occidente l’incognita di sempre. Un mondo subìto, modernizzato secondo una cultura esportata, colonizzato, resosi artificialmente indipendente dopo due guerre mondiali secondo logiche di famiglia promosse dagli europei più che politiche, corteggiato per il valore economico delle risorse, a volte reso marginale se non rivalutato per la particolare instabilità che caratterizza le diverse e eterogenee comunità che contraddistinguono una nazione che non è mai esistita: quella araba. Ma il mondo arabo, questo universo composito di culture e di storie unito da una sola Fede, ma anch’essa frammentata tra diverse scuole e tradizioni, è e rimane il nostro interlocutore quanto meno per un motivo: è il nostro vicino per eccellenza.

La crisi siriana, così come la crisi egiziana o quella libica di qualche mese fa non sono episodi indipendenti. Segnano, soprattutto, due aspetti fondamentali della politica estera dell’Occidente: la fine di autocrazie di comodo e la mancata creazione di un partenariato mediterraneo che fungesse da camera di compensazione di ogni tensione per favorire un processo condiviso di democratizzazione delle comunità più deboli. Sul primo aspetto, dopo averle permesse, tollerate e poi abbandonate, non credo che ci sia molto da dire. La miopia occidentale ed europea di compiacere e/o condannare a necessità i regimi arabi ha dimostrato quanto l’incoerenza sia un valido strumento da utilizzare da parte dell’altro, dell’avversario. Il secondo diventa la naturale conseguenza del primo e la conclusione dell’opera. L’aver riposto ogni speranza di democratizzazione e di cambiamento su movimenti con un’anima politica imposta da un integralismo senza scrupoli, ideologici o di fatto, evitano, infatti, di collocare ogni cambiamento in un quadro complessivo di una politica euromediterranea ed atlantica caratterizzata dal coinvolgimento e dalla partecipazione.

I processi di cambiamento sono molto lenti e società nelle quali il bisogno diventa la cartina di tornasole della miseria diffusa porta ad alimentare ogni possibile occasione di rivolta. Ma mentre la crisi egiziana si dimostra frutto di una modernizzazione a metà della società, quella siriana non è altro che la resa dei conti presentata dalla storia. Il regime di Assad figlio non è diverso da quello di Assad padre. Sono cambiati i modi, un’eleganza diplomatica che ha attribuito alla Siria, nazione prevalentemente sunnita, la capacità di essere stata il luogo del compromesso politico con l’islam sciita. Uno Stato autocratico che è sopravvissuto alla fine del confronto tra Est e Ovest, alternandosi tra politiche antioccidentali, sempre ben accette, ad azioni tipiche di una potenza regionale promuovendo in passato movimenti integralisti che da sempre sono stati utilizzati quali strumento di coercizione politica da parte di Damasco su Beirut e contro Israele per ostacolare scelte possibili per pacificare il Medio Oriente - come Hamas ed Hezbollah - e impedire il crepuscolo della Grande Siria.

Il rischio di una caduta del regime di Assad-jr sembra paradossalmente essere funzionale più ai disegni di Teheran che non alla necessità dell’Occidente di condurre un’azione umanitaria. Proprio la distanza assunta da Hamas e Hezbollah dal regime di Damasco a seguito delle rivolte arabe dimostra quanto la repressione di Assad sia il frutto della preoccupazione di non poter più utilizzare tali movimenti ormai inseriti in un evidente progetto transnazionale – per quanto senso possa avere nel panorama arabo tale termine - di rivoluzione complessiva e orizzontale nelle comunità islamiche. Certo un cambiamento di regime in Siria farebbe si che Tel Aviv rimetta in discussione la questione del Golan, si ridurrebbe la pressione siriana sul Libano, ma senza un cambiamento di contenuti del regime in Iran e una soluzione interna che metta ordine in Egitto ogni possibilità di stabilizzazione dell’area mediterranea rimarrebbe complessa, complicata e pericolosa.

Le condizioni geopolitiche sono chiare e le crisi di ieri aprono le porte ad una verità. Teheran è di fronte all’occasione storica di affermarsi quale unica potenza di riferimento antioccidentale e rappresentativa degli interessi degli esclusi nel mondo islamico finita, ormai, l’epoca dei Gheddafi, dei Mubarak e degli Assad. L’Iran aspetta da tempo di poter coagulare su di se, e senza intermediari, lo scontento e le aspettative mancate di crescita delle comunità più povere dell’Islam esorcizzando, in questo modo, ogni rischio di dissenso interno. E, anche in questo caso, come per l’Iraq, Teheran sta a guardare e lascia fare all’Occidente. Perché, in realtà, l’Iran ha ben chiaro che il risultato immediato che gli Stati Uniti e le altre potenze potrebbero ottenere sarebbe solo un successo in se effimero. Sarebbero, infatti, proprio le conseguenze politiche ed economiche dell’intervento non valutate nel tempo che vanificherebbero ogni sforzo e trasformerebbero in non credibile qualunque azione politica condotta - anche se motivata dal carattere umanitario - come un’azione utile alla fine solo per essere rovesciata negli obiettivi dichiarati a favore di altri interessi geopolitici.

Un quadro sufficiente di incertezza per nostalgici atlantici ed europeisti di basso profilo per riflettere quanto meno se è giunta l’ora di dotarsi di una politica mediterranea e di strategie, politiche ed economiche oltre che militari. Una politica di lungo respiro tale da valutare, definire e condurre l’azione dell’Occidente nei prossimi anni in uno scenario, il Mediterraneo, che da millenni sembra votato all’instabilità endemica pur rimanendo non solo il crocevia dei destini di culture tra le più antiche del mondo ma, soprattutto, lo spazio nel quale si muovono le linee di supporto strategico da cui dipende la sopravvivenza politica ed economica dell’Europa. Un’azione complessiva i cui contenuti ed obiettivi dovranno essere saggiati oggi, in un approccio inclusivo dove Russia e Turchia rappresentano i due attori necessari ma non protagonisti con biglietto di prima fila. Tutto questo dal momento che l’Iraq rimane, nonostante tutto, solo un pò più lontano della Siria…mentre la Cina continua, nonostante tutto, a fare affari all’ombra della Mezzaluna.


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