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Se l’Amore è più forte dell’odio

[…] Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:
se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato,
a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
Fa' sì che questi errori non generino la nostra sventura.
Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda […]
(Voltaire. Preghiera a Dio)

"Écrasez l'Infâme”. Schiacciate l’infame. La perifrasi di Voltaire torna a scandire il senso di un valore tipicamente occidentale, europeo, illuminista ma non per questo dissacrante. E’ un richiamo a combattere il disprezzo dell’individuo e della vita consumato in nome di una visone terrena della Fede.

E’ l’esortazione a lottare contro un mal interpretato ruolo della e nella storia delle religioni, dei loro dogmi, della loro necessità che va oltre la soddisfazione delle anime, tutte diverse, non uguali. L’attentato di Parigi sconvolge non solo il senso della libertà di opinione che è laica, aconfessionale, ma dimostra - come se ancora una volta vi fosse qualche dubbio - il lato violento di una radicale e unilaterale visione del mondo. Dimostra quanto qualunque fede che si manifesta con tale crudeltà diventa una pericolosa falsa credenza trasformando essa stessa, con le sue azioni, in feticcio ogni suo idolo più di quanto possa essere nelle possibilità di un giornale.

Nell’attentato di Parigi, come nelle ipocrisie dell’ISIS, tutto si risolve con l’esaltazione della morte, ponendosi come espressione di una umana miseria che condisce di trascendenza lotte politiche ed interessi che vanno ben al di là dello spirito del credere in sé e per sé e sulle quali l’Occidente ha peccato di superficialità. “Schiacciate l'infame" è il manifesto sotteso al Traité sur la Tolérance che ancora oggi esprime tutta la sua validità contro chi, nel nome di una entità superiore, ritiene secondo il suo unico convincimento, di essere legittimamente giudice per conto divino su un proprio simile.

Una legittimazione aberrante che la nostra civiltà ha sottratto, e non con poche tragedie, alle sovranità politiche di un tempo attribuendo alla comunità l’affermazione di regole laiche disciplinando poteri e garanzie. Schiacciare l'infame, oggi più di ieri, significa usare i mezzi più adeguati per affermare un principio di ragione. Un principio morale che supera ogni religiosità fanatica, ogni fede che se così professata è sacrilega perché offende quei valori di vita e di rispetto dell’altro che ogni religione deve difendere dovendosi essa ritenersi inclusiva, non esclusiva, aperta al confronto su pari dignità perché non esistono popoli eletti ma solo, nella sua diversità, un’indistinta umanità.

Oggi tocca ad ognuno di noi lottare per affermare un valore di tolleranza nel rispetto delle norme, giuridiche e sociali, che ogni comunità democraticamente si attribuisce mettendo al centro di se stessa il rispetto indiscusso della vita umana e delle libertà fondamentali ormai parte del diritto internazionale. Diversità di cultura e di storia non possono far assumere come preminenti proprie convinzioni o credenze sulla vita di ognuno di noi, tanto quanto nessuna prospettiva può essere considerata giusta sugli altri sol perché ritenuta rivelata in forme e formule che ogni popolo si è dato nei secoli.
Oggi più di ieri, nel rispetto delle singole manifestazioni di fede, vi è un imperativo esistenziale sul quale si gioca la pace e la sicurezza dell’Europa laica, tollerante, e del mondo intero, ed è rappresentato dalla necessità della difesa delle nostre regole di civiltà. Ovvero, nel lottare per la tolleranza e la giustizia per affermare una religione naturale. Una religione che non è incompatibile con alcuna cultura o atto di coscienza. Una fede che non emargina pensieri e cuori e che è certamente contraria ad ogni confessione che celebri la morte, soprattutto dell’altro. Un modo di oltrepassare, superare l’esistenza senza abiurarla che aborrisce qualunque credo che giustifichi barbarie e crimini quale epilogo di una discutibile volontà divina. Una fede che è atto di rispetto verso l’umanità e che apre, al contrario, gli spazi di dialogo anche attraverso l’uso dell’ironia. Quell’ironia che esorcizza paure, timori, o denuncia intolleranze e luoghi comuni sui quali si costruisce il potere sulle anime.

Una religione che può essere anche confessionale, ma non solo. Una religione che ha un Dio che riconosce, senza necessità di dogmi e di macabri riti, i cattivi dai buoni. Un Dio che non ha bisogno di chiedere di colpire miseramente un giornale e di uccidere per affermare la sua forza …se mai di forza si dovesse trattare.


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