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A Sud del nostro quotidiano. L’Europa e il Mediterraneo

Spalancare una finestra non è sempre facile. Per due motivi. Il primo, perché una simile operazione significa predisporci ad aprire la nostra casa verso il mondo. Il secondo, perché, poi, dobbiamo vedere al di là del nostro limite domestico per capire quanto facciamo parte del mondo, cosa e come vogliamo vedere questo mondo e di come potremmo essere coinvolti da ciò che osserveremo. Certo non è un mondo grande.

E’ forse un piccolo mondo, quello dei nostri vicini, quel mondo che è parte di un nostro vissuto o di una storia che condividiamo o che subiamo nei confini a noi prossimi. Tuttavia, credo che sia assolutamente singolare - dopo aver cercato di guardare molto più in là delle nostre possibilità spostandoci in Asia Centrale ed aver ricollocato il nostro limite di orizzonte strategico verso l’Ucraina – che in questi anni abbiamo smesso di guardare a Sud delle nostre case se non richiamati dall’arrivo dell’ennesimo barcone di disperati. Convinti di aver ben fatto in Medio Oriente e in Nord Africa favorendo capovolgimenti certo non in maniera ortodossa, ci siamo lasciati avvolgere dalle nebbie da noi prodotte tra Siria, Libia ed Egitto. Il Mediterraneo, il Medio Oriente, l’Isis, il tentativo maldestro di creare un Califfato, già sconfitto dalla sua stessa storia e dalle diversità di un mondo poliedrico e a più anime come quello arabo, non possono essere percezioni estranee alla nostra sensibilità. Non è possibile esorcizzarle con parole e politiche di comodo.

Forse erano percezioni distanti, ma oggi sono molto prossime ai nostri confini e, questa volta, fisicamente. Il terrorismo internazionale, che si presenta nuovamente come antitesi della diversità costruttiva, le politiche di esportazione di modelli democratici senza consenso, ma attraverso l’uso della forza esercitata direttamente come in Iraq e in Libia, o indirettamente come in Egitto, Siria, e al di fuori delle regole della ragione hanno reso il Mediterraneo – e con esso la sua proiezione allargata sino a comprendervi il Medio Oriente – nuovamente un’area cruciale per gli equilibri futuri e per la credibilità di un modello politico e di civiltà come quello occidentale.

La guerra mai conclusasi in Iraq, la destabilizzazione progressiva di comunità prive di assetti politicamente apprezzabili come quelle siriane piuttosto che libiche, lo spostamento dell’interesse economico e di potenza nordamericano verso l’Asia Centrale e l’apertura di un’era di contrattazione competitiva fra Washington, Mosca e Pechino, ripropongono la centralità del Mediterraneo e dell’Europa nella sua proiezione a Sud. Ed è drammatico che a ricordarcelo non sia una consolidata consapevolezza europea, ma la paura di una estensione del pericolo rappresentato dalle bande dell’ISIS sulle nostre vite. Il Mediterraneo è un mare europeo ma, anche, mediorientale. È uno spazio geopolitico nel quale si sommano interessi economici e di potenza che incidono da sempre e profondamente sulle scelte politiche dei Paesi che vi si affacciano.

Sommando le diverse crisi che hanno caratterizzato la fragilità delle comunità mediorientali è emblematico, nonostante l’intervento occidentale, come queste non godano ancora di condizioni di equilibrio e come l’incerto destino dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia e della Siria continui a disegnare una linea di conflitto che coinvolge gli stessi acceleratori di un cambiamento mal gestito e mal interpretato: Stati Uniti, Unione Europea e Alleanza Atlantica. Ed è strano, alla fine, che tutto questo sorprenda un’Europa dimostratasi incapace non solo di esprimere una leadership nella regione di mezzo, quella mediterranea, ma di assumersi quel ruolo che ha deciso dal 1957 in poi di voler affermare nelle relazioni internazionali. Un’Europa incoerente, al di là delle celebrazioni da trattato, nel decidere se e come dotarsi di una politica di dialogo, ma anche di sicurezza e di difesa concreta ed efficace. Un’Europa che ha gettato nel cestino sia tutto ciò che poteva significare il processo di Barcellona nel favorire una comunità euromediterranea, sia il poter affidare – andando oltre l’ulteriore riformulazione della Politica di Sicurezza e Difesa Comune - la difesa e la sicurezza ad una concreta concezione di alleanza superando l’autoreferenzialità di quella atlantica.

Di fronte a ciò, una sola certezza sembra farci da monito. E, cioè, che se democrazia e rispetto reciproco dell’altrui identità non diventeranno patrimonio interiore degli animi, ma resteranno aspetti di conflitto tra culture che non interagiscono e non dialogano, il Mediterraneo resterà l’area di crisi di sempre. L’Isis certamente non vincerà. Ma, nonostante ciò, nemmeno l’Occidente potrà offrire pace ad un mare così celebrato e così violato se non guarderà a Sud con politiche che favoriscono processi di integrazione economica e di reciproco rispetto, e difesa, dei valori laici sui quali si sono ispirate le più antiche civiltà mediterranee.


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