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Perché L’Isis perderà, ma l’Occidente non vincerà

Agar ed il figlio Ismaele vengono scacciatiSe dovessimo scrivere di questo secolo appena iniziato e delle vicende che ci coinvolgono ogni mattina dovremmo riconoscere che un tale Halford Mackinder, tra i più famosi e primi geo-politologi, non si sbagliò nell’affermare che “ogni secolo ha la sua prospettiva geografica” e, quindi, anche politica. Non solo. Questo singolare studioso inglese dalle mille risorse definì pure, in modo molto chiaro e con disarmante semplicità, che ogni comunità presenta delle costanti che la contraddistinguono: la collocazione geografica, la storia e il contesto nel quale essa si muove, le tradizioni. Ciò significa che, dalla condotta di una guerra alle azioni politico-diplomatiche, nessun attore che intende mettere in campo una propria politica può prescindervi. Tuttavia, in questi ultimi decenni, nessuno dei tre fattori messi in risalto è stato considerato.

Negli ultimi anni ci sono sfuggiti di mano alcuni particolari che hanno a che fare proprio con la geografia, la storia e la tradizione dei popoli che oggi vediamo combattersi. Se avessimo avuto un po’ di umiltà e di conoscenza forse avremmo capito per tempo cosa si celava dietro le primavere arabe e dietro quel moloch che è il Califfato. Dietro, cioè, quella formula veteroimperiale sconfitta dalla storia e non da una storia qualunque; bensì da quella degli stessi popoli arabi ed islamici. Che si trattasse di Al-Qaeda nel recente passato o che si parli di Stato Islamico neocaliffale oggi non è solo un problema di sigle. E, sembrerà strano, neanche una questione religiosa. Ma una questione prettamente politica.

Che il mondo arabo non fosse e non sia capace di esprimere una sua unità è un risultato dovuto proprio al ripetersi dei tre fattori citati. Quello geografico, rappresentato dalla vastità delle popolazioni e dei territori, quello storico che ha determinato nei diversi contesti altrettanto differenti esperienze e quello culturale dovuto alle numerose contaminazioni subite. Il Profeta, che aveva chiara l’importanza dei tre punti di vista, dopo aver ben conosciuto le confessioni monoteistiche a lui contemporanee ha offerto, di queste, una interpretazione adattata alle comunità del Medio Oriente e della Penisola Arabica - condensandone i termini e i contenuti in un unico testo politico, religioso e giuridico - che potesse garantire loro unità superandone la diversità. Ma le differenze hanno sempre un ruolo fondamentale nella evoluzione delle idee e nel modo di intrepretare un sentimento religioso e, quindi, anche politico. Nessun tentativo totalizzante messo in campo dai movimenti radicali islamici alla fine è riuscito a raggiungere l’unità dell’Islam, cioè affermarlo quale soluzione universale. E’ questo per due ordini di motivi.

Il primo, perché diversità di culture e di esperienze di vita, di confronto con l’altro non per forza europeo, hanno favorito prospettive laiche andate ben oltre l’esperienza turca quali vie alternative al radicalismo religioso. Esperienze che, seppur concretizzatesi attraverso derive autocratiche in alcuni casi (Siria, Libia, Egitto), hanno presentato una visione riformista e nazionalista della politica nel mondo arabo ed islamico.

Il secondo, perché - in alternativa ai processi riformisti e alle aperture di stati come Marocco e Tunisia a riforme civili - per le monarchie sunnite come quella saudita, quanto per la teocrazia sciita iraniana, la conquista di una unità sull’universo dei credenti sarebbe stata funzionale al mantenimento del potere, ovvero alla ricerca di una leadership politica fondata su una fonte per entrambe indiscussa e indiscutibile: il Corano e i testi derivati. Sul primo aspetto è evidente quanto ogni formula laica sia stata e rimanga tutt’ora l’antitesi del radicalismo religioso. Nel secondo la stessa laicità, la modernità e la democrazia possibile trascendono ogni riformismo, lo superano perché visto come una minaccia per le monarchie come quella saudita e degli emirati se si dovesse affermare un principio di distribuzione del potere e di maggior apertura verso i diritti civili.

In questo gioco levantino votato al rialzo, dove sunnismo e sciismo si confrontano nuovamente, la partita non è un credo ma il potere. L’affermazione come potenza regionale per l’Iran sciita da un lato. Dall’altro, la sopravvivenza di monarchie sunnite fragili nel sistema, ma rigide nella difesa dei rispettivi regimi. La stessa crisi yemenita non è altro che il confronto sul terreno tra le mai sopite ambizioni regionali iraniane e il tentativo di Rijadh di contenerne l’espansione e l’Isis non sfugge a tale strategia. Di questo ennesimo pericoloso risiko due saranno i grandi sconfitti.

Il primo l’Isis che, pur presentandosi quale modello politico della tradizione sunnita, ha però già perso perché è strumento e non attore di un confronto a metà strada tra ciò che sarà l’Islam politico e ciò che resterà dell’Islam religioso.

Il secondo, l’Occidente, ovvero Europa e Stati Uniti, perché già sconfitto nella sua credibilità. Perché ancora una volta, per opportunismo e compiacenza, ha condotto, anche nella sfida delle primavere, una politica di due pesi e due misure senza mettere sullo stesso piano le autocrazie libiche o siriane con gli assolutismi sauditi o degli opulenti emirati. Un errore che ha trasformato agli occhi delle masse degli esclusi, la democrazia in un valore relativo e, quindi, privo di universalità.


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