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Iran. Gioco d’azzardo

L’accordo sull’uso della tecnologia nucleare da parte dell’Iran non è uno di quei fatti che ci può cadere addosso senza lasciare un segno, un alone, un’ombra sul futuro. E non perché il rischio di un Paese capace di manipolare per qualunque finalità tecnologia nucleare possa preludere ad un uso non pacifico della stessa. Ma perché l’Iran insegue da anni, e con molta pazienza, un suo disegno di leadership regionale. L’Iran non è un paese arabo e non è una democrazia pienamente laica. L’Iran è una repubblica teocratica che si presenta come la più compiuta sintesi tra laicità del potere e guida spirituale dello stesso.

L’Iran, da Khomeini in avanti, si attribuisce il ruolo di fare da contraltare religioso al predominio politico del sunnismo sulla Comunità dei Credenti. L’Iran è anche uno Stato che sa come gestire la masse marginali dell’Islam più povero, quello sciita, dimostrando una capacità di penetrazione e di sostegno che va al di là degli stessi confini nazionali. Hezbollah in Libano, Amal di Musa al-Sadr e altri movimenti simili, prim’ancora che si affacciassero al-Qaeda e l’Isis, dimostravano e dimostrano chiaramente che vi era e vi è una lotta non dichiarata tra il mondo arabo sunnita, Arabia Saudita prima di tutti, e lo sciismo militante.

La realtà iraniana, insomma, è molto complessa ma, ciononostante, sembra che gli Stati Uniti attribuiscano fiducia a quel regime di cui han cercato di arginarne l’ascesa e la popolarità utilizzando il regime iracheno di Saddam Hussein in una guerra sanguinosa e decennale terminata in un nulla di fatto. L’accordo sul nucleare iraniano sembra quasi il risultato di un ulteriore modo di riscrivere maldestramente i rapporti di forza in Medio Oriente al punto tale che, pur non volendo giustificare Israele per altre responsabilità, certo diventa difficile sostenere che una nuclearizzazione “pacifica” del Golfo possa essere letta come un fattore di stabilità.

In questa confusa opera di diplomazia dai contorni come sempre poco chiari, di fronte ad una presunta lotta all’Islamic State, o rivolta a disarcionare Assad-jr -peraltro sciita e sostenuto dall’Iran- la volontà degli Stati Uniti di assicurare un’apertura verso Teheran lascia supporre che Obama non abbia idee molto chiare sul Medio Oriente prossimo. Essere favorevoli alla fine dell’embargo non sarebbe stata cosa difficile e lo si poteva fare da tempo. Soluzione poco impegnativa, economicamente utile a rilanciare l’economia iraniana. Soluzione più rassicurante anche nei controlli rispetto all’accesso al mondo nucleare. I processi di arricchimento dell’uranio sottendono, infatti, competenze scientifiche e capacità tecnologiche il cui ricorso può facilmente essere mistificato in molti modi, troppi per poter distinguere tra uso pacifico e uso militare di una competenza acquisita, di una tecnologia disponibile.

In un’ottica di leadership regionale diventa difficile non pensare che i primi a pagarne il prezzo oltre ad Israele (anche se sarebbe difficile credere che Teheran abbia intenzioni minacciose, almeno nel breve periodo, verso Tel Aviv) saranno sicuramente l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo. Stati che dovranno fare i conti non solo con l’immissione sul mercato del petrolio iraniano, ma con una nuova potenza che, in un modo o nell’altro, si approssima ad entrare loro malgrado nel club nucleare.
Certo, l’Occidente guarda all’esultanza di piazza degli iraniani che leggono la fine dell’embargo come un’occasione di apertura verso un mondo di libertà. Ma nei termini dell’accordo non vi è alcuna clausola pregiudiziale posta dai campioni di democrazia occidentali che obbliga Teheran a garantire soprattutto ai propri giovani maggiori libertà personali o moratorie sull’applicazione della pena di morte per reati di opinione. Così come non sarà l’accordo sul nucleare che favorirà un fronte comune contro l’Islamic State dal momento che l’Isis per Teheran è un’utile patologia del sunnismo. Una criticità funzionale ad indebolire i regimi vicini. Obama, richiamando Kennedy, ha chiuso le polemiche sull’accordo affermando che “non si deve negoziare per paura, ma non bisogna mai aver paura di negoziare”.

Il problema è che nel negoziare ci si è dimenticati che l’Iran è espressione di un regime a metà strada tra l’intransigenza religiosa e il controllo politico delle scelte. Un regime già salito al potere per colpa degli errori dell’Occidente. Auguriamoci che questo non ne sia l’ennesimo e che il singolare assist chiesto nelle ultime ore da Obama a Putin, non sia la solita messa in sicurezza di un fallimento annunciato per evitare il quale anche l’Ucraina può essere sacrificata per una pericolosa, tardiva, realpolitik a stelle e strisce.


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