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Isterismi occidentali

Vladimir Putin […] Et vos estote parati quia qua nescitis hora, Filius hominis venturus est. […]

(Matteo 24,44)

Guardando a ciò che accade non molto lontano dalle nostre case non dovremmo dormire con la serenità che il nostro essere pacifici e tolleranti popoli del Mediterraneo ci ispira. Non possiamo farlo perché siamo testimoni, ancora per fortuna indiretti, di una disordinata e confusa politica condotta verso Sud da un Occidente che da anni non ha indovinato una mossa, centrato un obiettivo.

Siamo testimoni, diciamocelo, di una nostra mancanza di strategia complessiva che possa in qualche modo mettere una pezza al disordine creato da un gorgo rivoluzionario falsamente democratico a cui è seguito, al contrario, un rafforzamento delle tendenze totalitarie e radicali nel mondo arabo-islamico, oltre un disastro politico-sociale ed economico di cui le migrazioni di massa sono l’esatta risposta. Dall’Ucraina al Medio Oriente la strategia a stelle e strisce di affermare un principio allargato di supremazia politica ed economica - secondo una prospettiva riconducibile all’eccezionalismo americano - si è arenata sull’incapacità di poter decidere e modellare complesse realtà culturali e sociali della cui fragilità l’Occidente è stato una delle cause storiche distinguendo tra buoni e cattivi, secondo non la virtuosità democratica dei regimi, ma l’utile economico ricavabile.

Dalla fine delle primavere senza colori in Libia come in Siria - e di fronte alle paradossali vicende irachene o afghane che affondano le dialettiche promozionali alla base del consenso ricercato per allargare il fronte occidentale verso Oriente - il mondo è sprofondato nell’incertezza più totale riducendo ogni sistema e procedura di cooperazione, sperimentata con efficacia durante la Guerra Fredda, a semplice simulacro. L’idea che si potessero esportare modelli democratici non condivisi o, ancora peggio, il credere di poter realizzare un sistema imperiale politico ed economico, non sono certo vittime delle intemperanze della geopolitica, la quale si modella ridistribuendo tra gli attori internazionali i rapporti politici, economici e, quindi, di forza nel tempo. Entrambe le prospettive sono ostaggio di una approssimazione nel valutare i costi di una qualunque azione condotta seguendo spesso interessi non dichiarati. Assumere a specchietto per le allodole valori universali a cui ricondurre progetti universalistici di dominio non ha fatto in passato, meno che mai oggi, buon gioco allo stratega americano. E, questo, dal momento che la serie di fallimenti ottenuti in questi ultimi anni contraddistingue l’insuccesso di una prospettiva unilaterale di un mondo osservato dalle comode finestre d’oltreoceano salvo, poi, fare i conti con il resto del mondo allorquando si lascia quel sicuro porto continentale per approdare direttamente sulle aree di crisi e raccoglierne i cocci.

Il Vietnam potrebbe insegnare ancora molto ma, a quanto pare, la rimozione storica (tipica di un certo utilitarismo economico e politico) ha ben funzionato nel mondo occidentale, mentre l’Afghanistan sembra aver insegnato molto, oggi, a Mosca. Washington, infatti, continua a muoversi sempre sugli stessi due livelli. Il primo rivolto a formare un consenso diffuso sulle sue politiche attraverso quel maldestro “soft power” che cerca di giustificare preliminarmente e preventivamente azioni che sono già state decise. Il secondo, orientato a capovolgere i termini del confronto attraverso l’uso dell’informazione per poi affidare alla dimensione militare la condotta di operazioni di sostegno a chi è convenientemente presentato come più democratico o alternativo al regime che si vuole abbattere. Il risultato, però, quando le idee non sono oneste e i veri scopi non sono dichiarati, è la confusione. Così alla fine, nel voler ridisegnare il Medio Oriente, gli Stati Uniti e l’Occidente si sono impantanati tra gruppi e gruppuscoli che hanno tentato di utilizzare per destabilizzare il Medio Oriente prima in Libia e oggi in Siria.

Il risultato è che qualunque potesse essere l’obiettivo o la ragione -affermare la propria influenza, mantenere la longevità del regime saudita, favorire Israele o frammentare il mondo arabo in tanti sceiccati ed emirati più facilmente dominabili- non è più così importante essendo venuta meno qualunque possibilità di affermazione di una possibile strategia. La verità, ed è questa la ragione della condanna americana dei raid russi, è che il Pentagono non sa più chi “aiutare”. Non sa dove sia e cosa sia più l'Isis o l’Al-Qaeda/Al-Nusra o l’Esl ecc… Obama si trova proiettato in un pot-pourri geopolitico pericoloso, armato sino a ieri e della cui affidabilità gli stessi partner occidentali (tra i quali Francia, Germania, Turchia e Israele) -senza ammetterlo ufficialmente- temono le conseguenze. Ne segue, così, un’isterica campagna antirussa fatta di accuse da una parte, e di ricerca costante di dialogo dall’altra. Il tutto per salvare la faccia piuttosto che riconoscere la tempestività e la capacità di Mosca di concretizzare una politica estera assertiva, semplice, chiara negli obiettivi che sfrutta le incertezze altrui. Così chiara che anche l’Iraq e l’Iran si avvicinano alla Russia utilizzando come catalizzatore la questione siriana mentre si realizza quel disegno che Teheran auspicava da tempo: un blocco sciita in contrapposizione all'Arabia Saudita con buona pace del trattato sul nucleare concluso "con successo" come celebrato da Obama e dagli altri negoziatori europei.

Il vero timore per ognuno di noi, in questo momento di sovrapposizione di politiche e di azioni militari, è che possano emergere ragioni diverse dal pensiero unico che l’Occidente ha cercato di costruire sulle crisi mediorientali. Il timore che dietro l’esistenza vera o presunta dell’Islamic State si celino accordi non giustificabili ai nostri occhi. Se così fosse agli Stati Uniti non rimarrebbero che due scelte. La prima, trovare una soluzione condivisa con la Russia, e ciò significherebbe riconoscere definitivamente il ruolo di attore  pari inter pares  di Mosca nel panorama mondiale. La seconda, attivare dei diversivi importanti e catastrofici su altre aree calde che per il momento sono silenti per spostare l’attenzione del mondo e rifarsi una immagine di potenza; in questo scenario potrebbe trovare spazio pericolosamente proprio la questione Ucraina. Ma con questo isterico contraccolpo Washington rischierebbe di perdere definitivamente ogni pretesa di credibilità.


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