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Non ferire l’Orso

Dalla tragedia dell’Airbus alla legittimazione della politica estera russa

[…] Crediamo che qualsiasi tentativo di giocare con i terroristi, senza parlare di armarli, sia non solo cieco ma anche potenzialmente incendiario. Tutto ciò potrebbe risultare in un incremento drammatico della minaccia terrorista e abbracciare nuove regioni. Specialmente visto che lo Stato Islamico addestra i propri soldati in vari paesi, inclusi paesi europei. […]. Sfortunatamente la Russia non è una eccezione. Non possiamo permettere a questi criminali che conoscono l’odore del sangue di tornare a casa e continuare le loro malefatte. Nessuno lo desidera, non è vero? […]

V.Putin. Discorso per il 70.mo anniversario delle Nazioni Unite. New York, 28 settembre 2015


Elevare il livello di scontro in un qualsiasi confronto, politico o militare, simmetrico o asimmetrico, comporta sempre dei rischi. Rischi che possono essere calcolati e rientrare in un disegno strategico complessivo di cui o si è certi del risultato o si è vittime della debolezza delle certezze poste a monte, timorosi di aver perso aderenza sul terreno, di non avere argomenti con cui poter coartare la volontà altrui senza  riuscirci. Questo aspetto, è l’unico che accomuna per un verso Stati e attori non formali, ma li distingue il modo agire, di manifestare in concreto tali debolezze.

Gli Stati cercano una via d’uscita che salvi il salvabile. Per i movimenti, i gruppi terroristici che operano oltre gli Stati in una dimensione informale, molto diluita e per questo particolarmente aggressiva, si tratta di innalzare il livello della violenza esprimibile.  In questo senso, la tragedia dell’aereo russo assume significati diversi. E’ uno strumento perché - se accreditata la versione dell’attentato terroristico ad opera di Al-Qaeda o di ciò che attraverso di essa può ricondurre ad al-Nusra o all’Isis - delinea la volontà di aumentare l’intensità dello scontro cercando di massimizzare il miglior fattore di potenza a cui può rivolgersi un attore antagonista: la paura. E’, invece, un fatto con conseguenze politiche, se si guarda alle due versioni date della tragedia da parte degli Stati Uniti. L’aspetto strumentale non sorprende perché rientrerebbe nelle modalità di risposta/avvertimento di Is-Al Nustra-Al Qaeda all’intervento di Mosca in Medio Oriente nel tentativo di spostare l’alone di sofferenza in “casa” russa. Sorprende, al contrario, il fatto che contrariamente a quanto sostenuto circa l’escludere l’ipotesi dell’attentato, la CIA alla fine abbia cambiato opinione affermando la presenza di un ordigno a bordo dell’aereo russo indicandone le possibili dinamiche, il tipo probabilmente usato, il luogo di provenienza e chi possa averlo confezionato.

E’ evidente che qualunque ipotesi di un probabile ordigno “esterno” darebbe spazio ad altre valutazioni e forse a qualche interrogativo, ed imbarazzo, su una possibile causa dell’esplosione dell’Airbus in quota. Tuttavia, ipotesi nonostante, nell’immediato un risultato geopolitico è stato ottenuto: la tragedia così consumatasi legittimerà Mosca ad intervenire dovunque riterrà che siano minacciati gli interessi o la sicurezza russa. Né più, né meno quanto fatto dagli Stati Uniti in questi ultimi anni. Si sovrapporranno, insomma, due forward strategy: quella americana e quella russa abbracciando, entrambe, le regioni del Medio Oriente allargato (Asia Centrale compresa e Golfo Persico)  e il Mediterraneo. Si è realizzato, alla fine, nei cieli del Sinai, quello che un mainstream euroccidentale voleva e ha cercato maldestramente di evitare: ritenere Mosca una protagonista fondamentale nelle relazioni politiche e nei rapporti di forza.

Oggi, rileggendole, le parole del presidente russo pronunciate nel settembre scorso all’assemblea delle Nazioni Unite per il 70.mo anniversario non sembrano essere retoriche.  Per Putin, […] La situazione è più che pericolosa. In queste circostanze è ipocrita e irresponsabile fare dichiarazioni rumorose sul terrorismo internazionale mentre si chiudono gli occhi di fronte ai canali di finanziamento e di sostegno ai terroristi, incluse le pratiche di traffico di droga, petrolio e armi. Sarebbe ugualmente irresponsabile provare a manipolare gruppi di estremisti, provare ad assoldarli per raggiungere i propri obiettivi politici sperando di riuscire a “gestirli” o, in altre parole, liquidarli, più tardi. […]. Giunti al capolinea di un gioco nebuloso condotto dall’Occidente in Medio Oriente, che si tratti di Isis o di Al Qaeda in versione rinnovata, la certezza è che aver ritenuto la lotta al terrorismo un solo affare a stelle e strisce non si è rivelata una buona scelta, tanto quanto escludere la Russia dal dialogo continentale euroatlantico sulla sicurezza e difesa dell’Europa, sul ristabilimento di un modello cooperativo delle relazioni regionali Mediterraneo incluso.

Dopo questa tragedia si confronteranno due posizioni molto chiare agli occhi dell’uomo comune: una incerta e debole, quella degli Stati Uniti e dei partner europei; l’altra, più assertiva, quella della Russia. Una politica, quest’ultima che si affida alla popolarità che il presidente russo riscuote in Occidente e in Medio Oriente per essersi assunto la responsabilità di agire contro un avversario che avrebbe dovuto unire e non separare le forze. La corsa, adesso, è a chi catturerà per primo Al Baghdadi. Una corsa alla quale non si potrà impedire alla Russia di parteciparvi. In questa gara di credibilità, comunque andrà a finire i risultati potranno essere soltanto due. Se la caccia si dovesse risolvere a favore di Mosca, chiuderebbe il cerchio sui (ormai pochi) dubbi circa le reali capacità di azione, risposta e risoluzione militare da parte russa negli ingaggi futuri, con comprensibile preoccupazione della comunità euroatlantica che dovrà anche tener conto della scomodità del prigioniero se catturato vivo. Se dovesse finire a favore degli Stati Uniti, questi dovrebbero però dare molte risposte al mondo e alle comunità arabe sul perché agire risolutivamente adesso e del perché non averlo fatto prima.


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