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Fronte dell’Islam

Icone[…] Credo nel Dio che ha creato gli uomini, non nel Dio che gli uomini hanno creato […]
Alphonse Karr

Alla fine la storia presenta i suoi conti. Che lo scontro tra sunniti e sciiti sia da leggere in chiave politica e non solo religiosa questo è un dato di fatto, non un dato di novità. La distinzione tra questi due modi di presentare l’Islam non è solo un modo scolastico se non esegetico di affermare una verità piuttosto che l’altra all’interno di una identica radice religiosa. Tutt’altro. E’ giungere alla resa dei conti su chi ha la legittimità a guidare “politicamente” l’Ummah, ovvero la Comunità dei Credenti e chi no.

Tra chi si pone come difensore della successione derivata dalla casa di Maometto, seguendo la linea trascendente di Alì, quarto califfo e cugino, assassinato (sciiti), e chi difende la legittimità di una guida temporale, magari dinastica, indipendente dalla “geneaologia” seppur mistica ormai, del Profeta affidando l’Ummah ad una autorità vicariale: un khalifa (sunniti). In questo gioco al potere, politica, interessi dinastici e religiosi si sono mischiati, sovrapposti, creando un mix di ambiguità e di false rivendicazioni nel tempo che vanno oltre il senso comune di un cittadino occidentale abituato a ragionare per categorie di sintesi e non più per complessità storiche.

C’è, poi, chi in nome di una propria utilità strategica ha tollerato, usato o favorito e promosso questo minestrone di sentimenti e di rancori facendone strumento di politiche indirette di condizionamento se non di vera e propria ingerenza negli assetti politici interni di Stati indipendenti, colpevoli però di non essere contigui agli interessi della potenza di turno. Un modo superficiale, pericoloso di guardare al mondo islamico solo attraverso apparenze di comodo. Apparenze che l’Occidente rischia di pagare per avere, in passato come oggi, giocato su tali ambiguità.

Che Teheran abbia ambizioni di affermarsi come potenza regionale nel Golfo Persico questo è evidente da tempo e certo l’accordo sul nucleare gli ha dato una buona mano. D’altra parte, e non dovremmo essere così sorpresi, la presa del potere da parte di Khomeini e l’instaurazione della repubblica islamica sciita segnò dalla fine degli anni Settanta un ritorno alle origini del confronto; ma questa volta, per lo sciismo, partendo da una realtà politicamente istituzionalizzata come lo è l’Arabia Saudita per il sunnismo wahhabita, ma con una diversità: quella di offrire in contrapposizione uno Stato islamico non laico ammesso che il termine “laico” possa avere un senso nel mondo mussulmano.

Che, di fronte a tale “novità”, l’Arabia Saudita giochi ormai su due tavoli anche questo è un dato di fatto e solo le silenziose e pavide diplomazie europee - che tollerano tra Teheran e Riyadh le ripetute e palesi violazioni dei diritti umani - sembrano non volersene accorgere costrette, come sono, a galleggiare nell’impasse politico-strategico al quale gli Stati Uniti le hanno ridotte nel tentativo di impedire ogni possibilità di diversa iniziativa europea. Quello che si gioca tra Medio Oriente e il Golfo Persico da tempo è una rischiosissima partita. Da una parte la Turchia che tenta di mescolare le carte per ottenere una leadership condivisa con l’Arabia Saudita forte di poter contare, se le cose dovessero mettersi male, della copertura dell’art.5 del trattato Nato nel caso di una presunta, utile, aggressione.

Una nuova entrata, quella di Ankara, dettata dalla consapevolezza di Erdogan di consolidare il proprio potere personale presentandosi anche lui nelle vesti di difensore dell’Islam sunnita. Dall’altra i Saud, preoccupati da sempre di mantenere nel tempo l’autorità di un regno fragile, ancorato alla consapevole paura di godere di un usurpato diritto acquisito ai danni degli hascemiti. Timorosi di diventare loro stessi vittime di una possibile primavera araba. Di essere i prossimi destinatari delle rivolte delle classi più marginali che richiedono maggiori libertà e che costringerebbero Riyadh a dover aprire a riforme di non poco conto in tema di diritti umani ponendo al capolinea il loro potere, la loro opulenta vita vissuta grazie alle ricchezze dei miscredenti.

Una paura che trasforma, in Arabia Saudita, come in Iran, ogni dissidente in terrorista. In una vittima sacrificale la cui testa è solo un macabro trofeo di una intolleranza che diventa manifestazione di empietà di un credo che nulla ha a che fare con l’umanità.


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