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Iran. Scacco all’Arabia

Hassan Rouhani
[…] Vi devono essere pari opportunità per le donne. Non vi sono differenze tra uomini e donne nella creazione, nella loro umanità, nella loro ricerca del sapere, nella loro comprensione e intelligenza, così come virtuosità religiosa nel servire Dio e la gente […]
Hassan Rouhani, 25 ottobre 2013

Sembra quasi strano, o estremamente singolare e per qualcuno anche di eccezionale portata, il fatto che in Iran si sia affermata l’area riformista di Hassan Rouhani dopo anni di dominio di un’idea conservatrice e radicale di chiusura verso il resto del mondo. Tuttavia, il risultato ottenuto dalla coalizione moderata e riformista chiamata paradossalmente “La Speranza”, che gravita attorno al partito di Rouhani, non è privo di significato, pur nella sua prevedibile straordinarietà, e per due motivi.

Il primo perché alla fine l’Iran è un po’ politicamente vittima di se stesso, della sua storia, della sua mai negata volontà di voler essere protagonista di quel mondo arabo-islamico di cui pur non essendone né espressione etnica né culturale, pur nella sua minoritaria corrente sciita, ne condivide oltre agli spazi una religiosità che rimane un elemento identitario sia all’interno dell’Islam universale che nei confronti delle altre nazioni mussulmane. L’Iran, d’altra parte, proprio nel suo non essere arabo, ma nell’essersi da sempre offerto come guida dell’Islam più marginale, si apre la strada verso un ruolo centrale e non emarginabile nel breve periodo in una regione che fa geopoliticamente da cerniera tra ciò che rimane della proiezione occidentale verso il Golfo Persico e la fragilità dei poco credibili regimi arabi sunniti.

La cosiddetta svolta moderata, alla fine, va letta non solo come una necessità di ridefinire i rapporti civili all’interno della società iraniana -aspetto fondamentale per poter disporre del consenso futuro verso le scelte che Teheran vorrà fare nel gioco mondiale- quanto in una sottile strategia concepita per spiazzare gli avversari di sempre: politicamente l’Arabia Saudita e religiosamente l’ortodossia sunnita. Il superamento di ciò che rimane della fase conservatrice ereditata da Ahmadinejad, il ritenere che l’azione politica futura si possa costruire su una sorta di soft power interpretato secondo un modello di partecipazione attiva, dimostra quanto Rouhani sia capace di andare oltre il limite conservatore per riuscire a realizzare il sogno geopolitico dell’Iran: diventare l’interlocutore privilegiato, l’ago della bilancia, nell’equilibrio strategico nella regione del Golfo magari sostituendosi a Riyadh.

Il risultato della svolta verso un modernismo della nuova ora -visto da sempre come un nemico da parte del radicalismo religioso- dovrebbe permettere a Teheran, pur non vedendo ridursi il ruolo del clero, di riorganizzare il rapporto tra politica e religione ricercando un buon compromesso tra l’incombere del velayat-e faqih sulla vita politica e giuridica del Paese e, almeno nel funzionamento se non subito nei principi, di un modello di Stato quasi laico. In questo, insomma, Rouhani punta a spostare ogni rischio futuro di proposte riformiste provenienti al di fuori della leadership teocratica anticipandone la realizzazione nella speranza di poterla governare piuttosto che contrastarla. E’ per questo che la ricerca del consenso viene affidata a programmi di modernizzazione il Paese, di maggior diffusione della conoscenza e dell’istruzione universitaria, di crescita economica e di capacità di essere presente nelle aree più prossime di crisi in Medio Oriente quale elemento risolutore.

Di fronte alla fragilità del regime saudita, la consultazione elettorale in Iran, la possibilità di una partecipazione del cittadino alle sorti del Paese -pur con tutti i limiti di un modello teocratico di repubblica  è già un buon motivo per rimettere sul piatto politico e della storia nuovamente un Islam diverso da quello saudita, e dei regimi del Golfo che guardano a Teheran come ad un pericoloso competitor politico-strategico ed economico. L’affermazione della coalizione guidata da colui che nel 2013 fu costretto a lasciare il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, di cui era il Segretario, per contrasti con il governo conservatore dimostra chiaramente quanto, nonostante tutto, sia possibile indirizzare su posizioni diverse le scelte politiche di un paese seppur complesso come l’Iran.

E così è la lungimiranza di Rouhani che oggi preoccupa non poco Riyadh dal momento che Teheran non fa segreto di voler esprimere un’azione politica rivolta non solo verso un riavvicinamento con i protagonisti della politica regionale mondiale, Occidente e Russia, ma anche nel voler ricorrere alle proprie risorse economiche -non ultima la produzione petrolifera al di là di ogni ragione imposta dall'Opec su pressione saudita- quale volano per recuperare i capitali necessari da investire nel rilancio tecnologico del modello produttivo del Paese. Riyadh è avvisata, e non solo con un tweet elettorale.


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