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Indecisioni e ambiguità fatali

Indecisioni e ambiguità fatali[…] Se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po' più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto […].
Oriana Fallaci. La Rabbia e l’orgoglio. Milano, 2004

Ogni valutazione sull’attentato di Bruxelles rischia già in questi giorni di spostare nuovamente l’attenzione sulla vera emergenza che l’Occidente si trova a dover affrontare.

Il primo rischio che corriamo in questo momento è il ripiegarci su noi stessi, come molto spesso i Paesi europei hanno fatto in precedenti momenti di pericolo, senza avere la lucidità di comprendere a fondo non solo le premesse dell’evento ma, soprattutto, la strategia che vi era dietro. Il secondo è ricorrere ad esorcismi di comodo pur sapendo che non vi sono né tempi né ragioni per poterne giustificare di alcun tipo: né politici e né, forse, militari. A togliere ogni dubbio ci ha già pensato, con buon rullare della stampa europea, l’ennesimo nuovo tra i tanti nuovi leader di Daesh in Libia. Ovviamente, chissà che strano, un saudita. Saudita e wahhabita come Bin Laden, come i Saud. Abd al-Qadir al-Najdi, definito l’ emiro dello Stato islamico in Libia, non ha nascosto ciò che è intuitivo: usare le cellule terroristiche come strumento per colpire l’Occidente e tenerlo fuori dalle vicende del Medio Oriente e del Nord Africa. Un’idea semplice, tanto semplice da essere sfuggita alla percezione degli analisti quanto altrettanto semplice, e drammaticamente sintetico, il piegare le società e gli animi per limitare ogni iniziativa politica e militare occidentale soprattutto in Libia.

Aver considerato il fronte siriano e quello libico come delle linee di crisi non così contigue non solo è stato un errore, ma si è dimostrato fatalmente disastroso nel mettere alla luce una improvvida politica di interventismo di seconda mano. Una politica giocata da ogni attore europeo come ha voluto, come ha creduto, al di fuori delle premesse di unione e cooperazione, di comune seria e concreta decisione. Politiche dove ogni ricorso a formule sovranazionali ha lasciato il campo alle singole diplomazie e ai vari governi di adattare l’azione secondo scelte elettoralistiche o di immagine. Una politica, quella condotta in Medio Oriente e in Nord Africa, disarticolata, giocata su tavoli differenti dove l’amico del primo tavolo poi giocava al tavolo con l’avversario. Una politica interessata più a denigrare la capacità di azione politica e militare di Mosca che non a tenere in debito conto che in questa guerra al terrore la migliore alleata sarebbe stata proprio la Russia. Un’alleata più naturale degli Stati Uniti decisi, costoro, ad un progressivo disimpegno nella regione affidando alle non regole del caos la possibilità di ridurre ogni rischio che l’Europa possa diventare il competitor di domani.

L’Occidente nel suo insieme, sia come Unione Europea che come Alleanza Atlantica, mai come in questo momento di pericolosissimo rischio di sconfitta della propria cultura e delle proprie istituzioni sovranazionali, oltre che di ogni singolo stato, si è dimostrato impreparato, incapace di decidere e di agire. La scarsa valutazione del nemico che emerge senza dubbio alcuno dalle vicende belghe -epilogo di una scia di sangue che forse non ci ha impressionato abbastanza, da Madrid, Londra, Parigi- quanto la sprovveduta gestione dell’arresto di Salah di cui si sono resi pubblici gli intendimenti di voler, si fa per dire, collaborare, denotano ancora una volta una superficialità di valutazione e di gestione degli eventi soprattutto da un punto di vista mediatico facendoci cadere nella trappola di chi, ben meglio di noi, ne usa gli strumenti. Dalle crisi in Siria e in Libia sembra che non abbiamo appreso nulla di sostanziale.

Non abbiamo percepito l’ in strategico e politico che è alla base delle operazioni dell’Isis e di chi ne ha sostenuto e ne sostiene le azioni. Il nostro è stato un incedere da solisti. Ogni attore europeo si è di ritagliato spazi di sicurezza politica per difendere piccoli interessi di bottega impedendo all’Occidente di rispondere con unità e fermezza come la Francia ha dimostrato e di cui ne ha pagato il conto. L’ondivaga e frammentata politica europea verso il Mediterraneo, una gestione delle crisi mistificata da un umanitarismo senza regole ha così distratto gli apparati di sicurezza europei e quelli militari al punto tale da non far comprendere ancora oggi che Bruxelles rappresenta uno spostamento del fronte del conflitto mediorientale all’interno dell’Europa con l’intento, chiaro per chiunque, di tenere lontana ogni attenzione dal teatro libico. Ciò dimostra un’abilità strategica del fronte terroristico non trascurabile nei processi di analisi, di valutazione delle politiche occidentali come nella scelta delle condotte migliori per far piombare nella confusione società non abituate alle emergenze. Società lente, la cui libertà non si misura nella difesa giorno per giorno dei propri valori, ma nel mantenimento di un apatico status quo.

Una realtà poco confortante che non si limita solo ai modelli di vita, ma anche alle capacità politiche di risposta. Così, il piatto freddo di un appeasement sempre più di comodo, ha presentato in pochissime ore altre due portate indigeste. La prima, la poca credibilità della Grand Strategy dell’UE naufragata passo dopo passo dal Medio Oriente e Nord Africa sino alle porte belghe. La seconda, il comprendere a cosa possa servire un carrozzone costoso come la Nato che a quanto pare non ritiene che il Mediterraneo sia il suo Fronte Sud. A cosa possa servire una alleanza che si defila nel diplomaticamente corretto pur sapendo che uno spostamento della minaccia terroristica verso l’Europa dovrebbe richiedere solo riposte definitive dovunque sia necessario, dovunque si formi o viene organizzato un pericolo alla sicurezza dei cittadini europei.


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